Donald Trump ha dato l'ordine di scatenare la guerra contro l'Iran venerdì pomeriggio, mentre l'Air Force One stava per atterrare in Texas. A bordo dell'aereo presidenziale si discuteva di energia e di politica interna, ma nelle stesse ore prendeva forma una decisione che potrebbe incendiare il Medio Oriente per anni.
Il contrasto tra scena e sostanza è quasi grottesco. Accanto al presidente sedevano due senatori repubblicani notoriamente interventisti, Ted Cruz e John Cornyn. E, come se fosse un set cinematografico più che il preludio a un conflitto, sull'aereo c'era anche l'attore Dennis Quaid, convinto da Cruz a improvvisare un siparietto nei panni di Ronald Reagan per celebrare Trump come “un grande presidente americano”.
Trump, disse Quaid mentre imitava Reagan, sarebbe “come me sotto steroidi”.
Una scena simbolica chge testimonia come la politica sia ormai spettacolo, dove la guerra rischia di diventare parte della sceneggiatura.
La decisione di lanciare l'operazione militare – chiamata con enfasi hollywoodiana Operation Epic Fury – segna una inversione a U rispetto alla narrativa con cui Trump ha conquistato la Casa Bianca.
Per anni si è presentato come il presidente che avrebbe chiuso le “guerre infinite” iniziate da George W. Bush in Afghanistan e Iraq. Il movimento MAGA è cresciuto proprio sull'ostilità verso interventi militari all'estero. Lo stesso Trump nel 2025 ha perfino fatto pressione per ottenere il Nobel per la pace.
Eppure oggi è il primo presidente americano dai tempi di Bush ad aver lanciato una guerra esplicitamente finalizzata al cambio di regime contro una nazione, in Medio Oriente, di 90 milioni di persone.
La trasformazione è impressionante solo in apparenza. In realtà la linea di Trump contro la guerra è sempre stata selettiva. Non ama le guerre di terra con soldati americani, ma non ha mai avuto problemi a usare la superiorità militare degli Stati Uniti dall'aria. Già nel 2020 ordinò l'uccisione del generale iraniano Qassem Suleimani. Nel giugno scorso aveva bombardato siti nucleari iraniani con l'operazione Midnight Hammer.
Una data chiave è il 3 gennaio di quest'anno. Quella notte forze speciali americane rapirono in Venezuela il presidente Nicolás Maduro con un'operazione spettacolare che si concluse senza vittime americane. Per Trump fu un successo perfetto: una missione audace, televisiva, trionfale.
Ma, al tempo stesso, fu soprattutto una distrazione preziosa. In quei giorni la Casa Bianca era sotto forte pressione per rendere pubblici i documenti sul caso Epstein, nei quali Trump viene citato decine di migliaia di volte. Il presidente ha sempre negato ogni coinvolgimento, ma il caso rimane politicamente problematico. La tentazione di spostare l'attenzione con una grande operazione militare era evidente.
Il cammino verso la guerra all'Iran, però, non è stato solo frutto delle necessità di Trump. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha svolto un ruolo decisivo, chiedendo a dicembre un via libera per intensificare gli attacchi contro l'Iran. In poche settimane quella richiesta si è trasformata in qualcosa di molto più grande: un piano congiunto per colpire il cuore della Repubblica islamica.
Anche l'Arabia Saudita ha spinto nella stessa direzione. Secondo il Washington Post, il principe ereditario Mohammed bin Salman avrebbe telefonato più volte a Trump a febbraio chiedendo privatamente un attacco, mentre in pubblico continuava a parlare di diplomazia.
Quando Netanyahu è tornato alla Casa Bianca l'11 febbraio, il piano di rovesciare il regime iraniano era ormai deciso, anche se nel frattempo Washington continuava a parlare di negoziati.
Gli emissari di Trump – i due affaristi Steve Witkoff e Jared Kushner – hanno incontrato tre volte i diplomatici iraniani a febbraio. Ma le distanze erano enormi.
Teheran aveva persino ipotizzato di rinunciare al suo stock di uranio altamente arricchito, una concessione senza precedenti. Per Trump non bastava: pretendeva la fine permanente dell'arricchimento dell'uranio e limiti severissimi ai missili iraniani. In sostanza, una capitolazione. Quando la diplomazia chiede la resa totale, non è più diplomazia. È un ultimatum.
Intanto gli Stati Uniti accumulavano nel Medio Oriente la più grande forza militare dai tempi dell'invasione dell'Iraq nel 2003. Due portaerei, decine di migliaia di soldati, centinaia di aerei. I piani operativi venivano scritti in inglese e in ebraico. L'intelligenza artificiale utilizzata da Israele a Gaza veniva integrata nei sistemi di targeting.
La guerra stava per iniziare.
Venerdì pomeriggio, alle 15:38, mentre l'Air Force One scendeva verso Corpus Christi, Trump ha dato l'ordine finale. “Operation Epic Fury is approved. No aborts. Good luck.” Meno di venti minuti dopo, scendendo dall'aereo, lo stesso Trump ha negato ai giornalisti di aver preso una decisione.
“Preferisco non dirvelo”, ha risposto.
Il vero centro operativo a supporto dell'attacco non era però la Casa Bianca. A Mar-a-Lago, la residenza di Trump in Florida, era stata allestita una “situation room” improvvisata. Così, mentre gli invitati a un gala in smoking e abiti da sera ballavano durante un evento di raccolta fondi, Trump entrava nella sala operativa per seguire l'attacco.
Poco dopo, oltre cento aerei americani e missili israeliani colpivano simultaneamente più di mille obiettivi.
Tra i primi bersagli c'era il complesso residenziale della guida suprema iraniana. Decine di missili hanno centrato il compound a Teheran, uccidendo l'ayatollah Ali Khamenei e gran parte della leadership militare del regime. Una decapitazione politica in piena regola.
Trump ha presentato l'attacco come un'opportunità per il popolo iraniano di rovesciare il regime. “Questa potrebbe essere la vostra unica occasione per generazioni”, ha dichiarato. Ma la storia recente insegna qualcosa di molto semplice: le guerre per il cambio di regime raramente finiscono come previsto, oltre al fatto che è impossibile che possano raggiungere l'obiettivo senza l'intervento a terra dell'esercito.
L'esempio dell'Iraq del 2003 che avrebbe dovuto diventare una democrazia stabile e che invece ha acceso un incendio che ha devastato la regione per vent'anni ne è eclatante.
Oggi Trump sostiene che le guerre possono essere combattute “per sempre e con successo”. È una frase che suona come un'ammissione. Il presidente che prometteva di chiudere le guerre infinite potrebbe averne appena iniziata un'altra... infinita. Se era un modo per distogliere l'attenzione dal caso Epstein, la guerra all'Iran rischia di essere un boomerang in politica interna, con l'elettorato MAGA in rivolta, e in politica estera, con il sistema di alleanze con l'Occidente che è ormai da considerarsi carta straccia.


