La Pasqua, per chi la vive come festa religiosa o come simbolo civile, parla di dolore, sacrificio, morte e speranza. Parla di innocenti travolti dalla violenza del potere. Parla della possibilità che la vita prevalga sulla sopraffazione. Ed è proprio per questo che oggi celebrarla senza volgere lo sguardo verso le vittime palestinesi, libanesi, siriane e iraniane colpite dalla politica di guerra dello Stato ebrtaico di Israele significherebbe svuotarla del suo significato più profondo.
Ricordare la Pasqua non può voler dire chiudere gli occhi davanti a decenni di occupazione, espulsioni, bombardamenti, espropri e insediamenti. Non può voler dire ignorare una realtà che il diritto internazionale continua a denunciare. Nel luglio 2024 la Corte internazionale di giustizia ha affermato che la presenza israeliana nei Territori palestinesi occupati è illegale e che le politiche di insediamento e annessione violano il diritto internazionale... oltre all'accusa precedente in cui la Cig denunciava che quanto fatto dall'IDF a Gaza era identificabile come genocidio.
Da anni la sicurezza di Israele viene evocata come giustificazione totale: prima l'Egitto di Nasser, poi l'Olp, poi il Libano, poi la Siria, poi Hamas, poi l'Iran. Il nemico cambia, ma il meccanismo resta identico: trasformare ogni crisi in un argomento per prolungare l'eccezione, militarizzare la politica e consolidare il controllo sul territorio. È una logica che ha prodotto una guerra quasi permanente e che ha reso sempre più labile il confine tra difesa, occupazione e progetto di espansione.
A pagare il prezzo di questa spirale sono soprattutto i civili. Le Nazioni Unite continuano a documentare nei Territori occupati violenze, sfollamenti forzati, attacchi di coloni, demolizioni ed espulsioni. Solo nei primi mesi del 2026, secondo l'OCHA, gli sfollamenti palestinesi legati a violenze dei coloni e restrizioni di accesso hanno già superato il totale registrato nell'intero 2025; nello stesso periodo sono stati documentati più di 150 attacchi di coloni con vittime o danni a proprietà in circa 90 comunità della Cisgiordania.
Anche a Gaza, dove la popolazione civile vive da mesi in condizioni devastanti, gli organismi umanitari descrivono una realtà fatta di distruzione di rifugi, sfollamenti di massa, accesso limitato ai beni essenziali e condizioni di vita sempre più insostenibili. L'OCHA riferisce che circa 1,7 milioni di persone si trovano in siti di sfollamento e che i danni a tende e ripari continuano a moltiplicarsi.
È qui che il richiamo pasquale si fa più netto. Perché la Pasqua non è la festa dei potenti che si proclamano innocenti a prescindere. È il contrario: è il ricordo di chi viene schiacciato, umiliato, sacrificato in nome della ragion di Stato. E allora il suo messaggio, oggi, non può essere neutralità morale. Non può essere l'equidistanza comoda di fronte all'ingiustizia. Deve essere, al contrario, memoria delle vittime e rifiuto della disumanizzazione.
Significa rifiutare che la sicurezza degli ebrei israeliani venga usata come parola magica, come lasciapassare per tutto, come scudo politico e morale dietro cui nascondere occupazione, colonizzazione e violenza indiscriminata. Criticare lo Stato di Israele, il suo governo e le sue politiche deve significare anche criticare gli ebrei israeliani e non che sostengono ed, evidentemente, approvano tali crimini: gli ebrei israeliani non sono cero ostaggio del governo israeliano, visto che lo hanno votato e ne stanno approvando in buona parte le scelte che riguardano i crimini sopra elencati.
Questo non significa criminalizzare gli ebrei in quanto tali, quanto invece difendere un principio universale: nessuno Stato (inclusi i cittadini che ne supportano le politiche) può invocare scuse per continuare a rubare terre proprietà e vite per negare ad un altro popolo i diritti umani universalmente riconosciuti dalla carte delle Nazioni Unite.
La sicurezza viene invocata come fondamento di tutto. Ma da tempo ha smesso di essere un diritto da garantire ed è diventata uno strumento politico per giustificare qualsiasi azione da parte degli ebrei israeliani: espropri, demolizioni, blocchi, bombardamenti. È il linguaggio dell'eccezione permanente, dove ogni limite viene sospeso perché “necessario”.
E così, mentre si parla di difesa, sul terreno si consolidano fatti compiuti: territori frammentati, comunità isolate, popolazioni costrette a spostarsi. Non è solo una guerra: è una trasformazione strutturale dello spazio e della vita di milioni di persone.
Gaza rappresenta il punto più estremo di questa politica: un luogo devastato, dove la distinzione tra obiettivi militari e vite civili si dissolve sotto il peso della distruzione. Ma la stessa logica è visibile anche in Cisgiordania, nelle pressioni continue, nelle violenze terroristiche dei coloni, nella progressiva erosione di ogni possibilità di autodeterminazione palestinese.
Dire questo non significa ignorare altre responsabilità, significa rifiutare una narrazione che mette tutto sullo stesso piano e cancella l'evidenza: qui non ci sono due poteri equivalenti. C'è uno Stato con una superiorità militare schiacciante che esercita un controllo prolungato su un altro popolo.
Ed è questo squilibrio che rende la parola “sicurezza” sempre meno credibile quando diventa giustificazione per una guerra senza fine.
Il punto, allora, è semplice e scomodo: finché questa politica continuerà, finché l'occupazione verrà normalizzata, finché l'espansione territoriale resterà un fatto accettato o tollerato, non ci sarà nessuna pace possibile. Solo una gestione della violenza.
In giorni come questi, il senso più autentico della Pasqua forse sta proprio qui: nel non accettare che il dolore dei palestinesi venga cancellato, relativizzato o trattato come un danno collaterale inevitabile. Nel ricordare che ogni bambino ucciso, ogni famiglia sfollata, ogni casa rasa al suolo è una sconfitta dell'umanità intera. E nel dire, con chiarezza, che nessuna pace potrà mai nascere dalla guerra perpetua, dall'occupazione senza fine e dall'idea che un popolo, quello dello Stato ebraico di Israele, possa salvarsi schiacciandone un altro.
La Pasqua, che dovrebbe parlare di vita che vince sulla morte, oggi ci mette davanti a una domanda brutale: siamo ancora capaci di riconoscere le responsabilità, oppure preferiamo rifugiarci nell'ambiguità per non disturbare equilibri politici e diplomatici?
Perché senza verità non c'è giustizia. E senza giustizia, la parola pace resta solo propaganda.


