Dal prossimo 7 agosto 2025 entreranno in vigore i nuovi dazi doganali statunitensi sui prodotti europei, con un'aliquota al 15%. Secondo le stime dell'Ufficio Studi della CGIA di Mestre, l'impatto sull'economia italiana potrebbe toccare i 14-15 miliardi di euro annui. Una cifra colossale, paragonabile a quanto lo Stato italiano prevede di spendere nei prossimi anni per realizzare il Ponte sullo Stretto di Messina.
Il danno stimato dalla CGIA include effetti diretti – come la riduzione delle esportazioni – ma anche indiretti: calo dei profitti aziendali, licenziamenti, trasferimenti produttivi verso gli USA e fenomeni di deviazione commerciale (trade diversion). A complicare il quadro si aggiunge la svalutazione del dollaro sull'euro, che nei primi sette mesi del 2025 ha toccato il -10,5%.
Nonostante la flessione delle esportazioni italiane verso gli Stati Uniti nel 2024 (-3,6% rispetto al 2023, pari a -2,4 miliardi di euro), il “made in Italy” conserva una solida posizione negli USA, con un valore complessivo di 64,7 miliardi di euro lo scorso anno. Il dato più rilevante è che il 92% dei prodotti italiani esportati oltre Oceano è di fascia media o alta. Un posizionamento che, secondo CGIA, potrebbe giocare a favore dell'Italia: i consumatori americani con redditi elevati potrebbero continuare ad acquistare questi beni anche in presenza di rincari dovuti ai dazi.
Tuttavia, il rischio esiste. Le imprese italiane dovranno affrontare due sfide cruciali: riusciranno a mantenere la propria quota di mercato in USA oppure verranno sostituite da concorrenti locali o di altri Paesi? E saranno disposte a tagliare i margini di profitto per contenere i prezzi al consumatore americano?
Fortunatamente, l'export verso gli Stati Uniti rappresenta in media solo il 5,5% del fatturato complessivo delle imprese italiane esportatrici. Il margine operativo lordo medio è intorno al 10%, il che suggerisce un certo margine di manovra per assorbire parte degli aumenti imposti dai dazi. Tuttavia, scenari più critici potrebbero aprirsi se le misure protezionistiche portassero a una nuova svalutazione del dollaro o a un crollo della domanda globale.
A livello regionale, le aree con il maggiore export verso gli USA sono Lombardia, Emilia-Romagna, Toscana e Veneto. La Toscana, in particolare, ha registrato un incremento del 12,3% rispetto al 2023, mentre regioni come Campania, Marche e Liguria hanno subito pesanti perdite. Tra le province, spiccano i casi di Firenze (+43,7%), Latina (+114,9%) e Gorizia (+1.986,3%, probabilmente per effetti anomali o spostamenti statistici), mentre città come Genova (-86,5%) e Napoli (-47,8%) hanno registrato crolli marcati.
Se da un lato l'industria italiana ha le carte in regola per resistere al colpo, grazie alla qualità dei prodotti e alla relativa bassa dipendenza dal mercato statunitense, dall'altro il conto dei dazi è salato. Parliamo di un impatto economico che, ogni anno, equivale alla costruzione del Ponte di Messina. E in un contesto globale sempre più instabile, anche questa resilienza finirà per avere un prezzo.


