Quasi un miliardo e mezzo di euro l’anno, quattro italiani su dieci in terapia almeno una volta nel 2024, e un piano nazionale che resta largamente disatteso. Il nuovo Rapporto sull’uso degli antibiotici pubblicato da Agenzia Italiana del Farmaco fotografa un Paese che non riesce a invertire la rotta sull’antibiotico-resistenza. E i segnali più preoccupanti arrivano proprio dove dovrebbero esserci i maggiori progressi: qualità delle prescrizioni, uso ospedaliero e pediatria.

Nel 2024 la spesa complessiva per antibiotici ha raggiunto 1,5 miliardi di euro, pari a 25,47 euro pro capite. I consumi, pari a 49,1 dosi giornaliere definite ogni mille abitanti, risultano in lieve calo rispetto all’anno precedente. Ma il dato è ingannevole: a diminuire è la quantità, non il problema.

Il nodo vero è che si continua a prescrivere male. Gli antibiotici ad ampio spettro – più potenti ma anche più rischiosi in termini di sviluppo di resistenze – restano troppo utilizzati rispetto a quelli mirati. Il rapporto tra le due categorie è ormai quasi triplo rispetto alla media europea, e invece di migliorare è peggiorato.

Il Piano Nazionale di Contrasto all’Antimicrobico-Resistenza, già prorogato al 2026, prevedeva obiettivi chiari: ridurre consumi e migliorare l’appropriatezza. Nessuno dei principali target è stato raggiunto.

Sul territorio, la riduzione dei consumi si è fermata al -4,5% rispetto al 2019, lontana dal -10% fissato. Ancora peggio la qualità: l’uso di antibiotici ad ampio spettro è aumentato dell’11,8%, esattamente il contrario di quanto previsto.

Negli ospedali la situazione è più critica: i consumi sono cresciuti dell’8,2% e l’uso dei carbapenemi – antibiotici di ultima linea – è esploso del 55% in cinque anni. Un dato che segnala un ricorso sempre più frequente a farmaci “di emergenza”, spesso perché quelli standard non funzionano più.

Nel confronto europeo, l’Italia resta tra i Paesi con i consumi più elevati. Ma è la qualità a fare la differenza – in negativo.

Secondo la classificazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, gli antibiotici dovrebbero essere usati privilegiando quelli del gruppo “Access”, cioè di prima scelta. L’obiettivo europeo è arrivare al 65% entro il 2030. L’Italia è ferma al 54,8%.

Negli ospedali va peggio: solo il 38% degli antibiotici utilizzati appartiene a questa categoria, mentre oltre la metà riguarda farmaci più aggressivi e a maggiore rischio di resistenza.

Il risultato è diretto: più si usano antibiotici in modo improprio, più aumentano i batteri resistenti. E l’Italia, insieme alla Grecia, è già tra i Paesi europei più colpiti.

Il dato che colpisce di più riguarda i bambini. Nel 2024 il 42,4% degli under 13 ha ricevuto almeno una prescrizione antibiotica. In media, ogni bambino trattato ha ricevuto 2,7 confezioni.

La fascia più esposta è quella tra i 2 e i 5 anni: circa sei bambini su dieci assumono antibiotici almeno una volta l’anno, spesso per infezioni virali contro cui questi farmaci sono inutili.

I consumi crescono soprattutto tra i più grandi: +9,2% tra i 6 e i 10 anni e addirittura +33,4% tra gli 11 e i 13 anni. Un aumento che non trova spiegazioni cliniche solide e indica un problema diffuso di prescrizioni inappropriate.

Anche qui gli obiettivi del Piano sono mancati: si continua a preferire l’associazione amoxicillina-acido clavulanico rispetto all’amoxicillina semplice, una scelta più aggressiva e meno sostenibile nel lungo periodo.

Il divario territoriale resta netto. Al Sud si consumano molti più antibiotici rispetto al Nord, con differenze marcate anche negli anziani: quasi il 59% degli over 65 riceve almeno una prescrizione, contro il 36% nel Settentrione.

Le regioni del Centro-Sud occupano stabilmente le ultime posizioni negli indicatori di appropriatezza. Un gap che non si è ridotto nonostante anni di campagne e linee guida.

Il quadro che emerge è chiaro: l’Italia non ha ancora messo sotto controllo l’uso degli antibiotici. Le strategie esistono, ma restano sulla carta. Nel frattempo, le resistenze batteriche continuano a crescere, alimentate proprio da un uso scorretto dei farmaci.

Ridurre i consumi non basta, se non cambia il modo in cui si prescrive. Servono interventi strutturali: formazione dei medici, organizzazione dei servizi territoriali, educazione dei cittadini.

Il tempo, però, è sempre meno. E i numeri lo dimostrano.