Esteri

Golfo in fiamme, la diplomazia resta al palo: pioggia di missili su Tel Aviv e Teheran mentre Trump parla di negoziati che non esistono

Il Medio Oriente torna a bruciare sotto una nuova escalation militare, mentre la diplomazia si muove tra dichiarazioni contraddittorie e trattative fantasma. L'Iran ha lanciato martedì una serie di attacchi missilistici contro Israele, colpendo anche l'area di Tel Aviv, appena 24 ore dopo che il presidente americano Donald Trump aveva parlato di colloqui “molto buoni e produttivi” per fermare la guerra.

Parole smentite nei fatti. E, soprattutto, smentite da Teheran.

Secondo fonti israeliane di alto livello, Trump sarebbe determinato a raggiungere un accordo, ma le possibilità che l'Iran accetti le condizioni americane restano “estremamente basse”. E infatti la risposta iraniana è stata netta: nessun negoziato è in corso. Anzi, la Repubblica islamica ha scelto anche la via della derisione, pubblicando sui social un'immagine simbolica — un volante giocattolo rosa — per ridicolizzare l'idea che Washington possa “controllare” lo Stretto di Hormuz insieme alla guida suprema iraniana.

Sul campo, la realtà è quella della guerra aperta. Le sirene antiaeree sono tornate a suonare a Tel Aviv, dove un edificio residenziale è stato devastato. I soccorritori sono ancora al lavoro alla ricerca di civili intrappolati sotto le macerie.

Israele, dal canto suo, ha risposto con una massiccia offensiva aerea su Teheran: oltre 50 obiettivi colpiti in una sola notte, tra cui centri di comando e infrastrutture legate all'intelligence dei Pasdaran e al ministero dell'Intelligence iraniano. Esplosioni simultanee hanno scosso la capitale, mentre i sistemi di difesa aerea entravano in funzione.

Il bilancio è pesante anche in Iran: almeno otto morti e 28 feriti a Tabriz, nel nord-ovest del Paese, colpita da un raid su un'area residenziale.

Nel frattempo, il conflitto si allarga: gli Emirati Arabi Uniti hanno dichiarato di aver intercettato missili balistici e droni iraniani, segno di una guerra che ormai travalica i confini diretti tra Teheran e Tel Aviv.

Come se non bastasse, Israele ha annunciato l'intenzione di occupare il sud del Libano fino al fiume Litani, colpendo le milizie di Hezbollah sostenute dall'Iran. Il ministro della Difesa Israel Katz ha parlato apertamente di svuotare intere aree civili: “Non possono esserci case né residenti dove c'è terrorismo”.

Un'affermazione, quella di "gazificare" il sud del Libano, che lascia intravedere un ulteriore salto di qualità nel conflitto, con il rischio concreto di una guerra regionale su larga scala.

A rendere il quadro ancora più instabile è la situazione energetica. L'Iran ha di fatto chiuso lo Stretto di Hormuz, passaggio strategico per circa un quinto del petrolio e del gas liquefatto mondiale. Una mossa che ha già scatenato turbolenze sui mercati globali.

Dopo un momentaneo calo dovuto all'annuncio di Trump di sospendere per cinque giorni gli attacchi alle infrastrutture energetiche iraniane, il prezzo del petrolio è tornato a salire: il Brent ha superato nuovamente i 100 dollari al barile. Secondo l'Agenzia Internazionale dell'Energia, si tratta della più grave interruzione delle forniture mai registrata.

Il nodo politico resta tutto qui: Washington parla di de-escalation mentre il conflitto si intensifica. Trump ha assicurato che emissari come Steve Witkoff e Jared Kushner stanno negoziando con Teheran, ma le smentite iraniane e l'assenza di segnali concreti raccontano un'altra storia.

Fonti europee parlano di una diplomazia indiretta, affidata a intermediari come Egitto, Pakistan e Paesi del Golfo. Proprio Islamabad potrebbe ospitare nei prossimi giorni un incontro tra rappresentanti americani e iraniani. Ma al momento, più che una trattativa, sembra un gioco di specchi.

Intanto, sul fronte interno iraniano, si rafforza il potere dei Pasdaran. La nomina dell'ex comandante Mohammad Baqer Zolqadr alla guida del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale — dopo l'uccisione di Ali Larijani in un raid israeliano — segna un ulteriore consolidamento dell'ala più dura del regime. Da sotolineare che Larijani era da tutti considerato come prsona aperta al dialogo.

Un segnale chiaro: l'Iran si prepara a una fase lunga di confronto, non a una trattativa.

Tra missili, raid, minacce energetiche e diplomazia incerta, il conflitto tra Iran, Israele e Stati Uniti appare oggi più vicino a un punto di rottura che a una soluzione. La situazione è estremamente fragile. Basta poco per farla esplodere. E quel poco, in questo momento, sembra già accaduto.

Autore Antonio Gui
Categoria Esteri
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