Salute

Il gas dei palloncini non fa più ridere: viaggio dentro la nuova deriva silenziosa tra i giovani italiani

C’è qualcosa di strano nelle piazze, nei parchi, fuori dalle scuole. Non è immediatamente evidente, devi farci caso: piccoli cilindri metallici a terra, palloncini sgonfi, gruppi di ragazzi che ridono per pochi secondi e poi tornano normali. È il segno di una tendenza che sta crescendo senza fare troppo rumore, ma che ormai non si può più ignorare.

Il protossido di azoto, quello che per anni è stato associato al dentista o alla panna montata, è diventato uno degli sballi più diffusi tra adolescenti e giovanissimi. Non perché sia nuovo, ma perché oggi è perfetto per il contesto: costa poco, si trova ovunque e, soprattutto, sembra innocuo.
Il meccanismo è semplice. Si compra una bomboletta, si trasferisce il gas in un palloncino e si inala. L’effetto dura pochissimo, qualche minuto appena: euforia, risate, una sensazione di leggerezza. Poi tutto finisce. Ed è proprio questa brevità a renderlo pericoloso: spinge a ripetere, ancora e ancora.

I medici lo stanno dicendo chiaramente. Non è una moda innocua. Non è “una sciocchezza da ragazzi”. Gli specialisti segnalano un aumento dei casi legati all’uso di questo gas, con danni che vanno ben oltre lo sballo momentaneo. Il protossido può provocare problemi neurologici anche seri, legati soprattutto alla carenza di vitamina B12, con conseguenze che in alcuni casi non regrediscono completamente.
E non è solo una questione clinica. È una questione sociale.

Negli ultimi mesi il fenomeno ha iniziato a emergere con chiarezza, soprattutto al Nord Italia. Milano, Brianza, Garda: qui sono stati trovati palloncini e cartucce praticamente ovunque, nei parchi e vicino alle scuole. In alcune zone si è arrivati a ordinanze comunali che vietano l’uso del gas nei luoghi pubblici, nel tentativo di contenere una diffusione che molti definiscono ormai evidente.

Il problema è che il sistema normativo è rimasto indietro. In Italia il protossido di azoto non è considerato una droga. È un prodotto legale, con usi alimentari e medici, venduto senza particolari restrizioni. Si compra per pochi euro, anche online, senza difficoltà. Ed è proprio questa accessibilità a renderlo così pericoloso: qualcosa di legale viene automaticamente percepito come sicuro.
Nel frattempo, l’allarme si allarga. I centri antiveleni parlano apertamente di un aumento dell’uso tra i più giovani, spesso giovanissimi, attratti da uno sballo “facile” e condiviso in gruppo. E la diffusione segue uno schema già visto: parte dalle grandi città e si sposta rapidamente verso province e realtà più piccole. Quando arriva, si radica in fretta.

Non esistono ancora numeri precisi. Ed è forse questo uno degli aspetti più preoccupanti. Il fenomeno è sottostimato, difficile da tracciare, spesso invisibile fino a quando non emergono i primi problemi seri. Nel frattempo, però, i segnali sono sempre più chiari.
In Europa la situazione è già andata oltre. Alcuni Paesi hanno introdotto restrizioni o veri e propri divieti, dopo aver osservato gli effetti di una diffusione incontrollata. In Italia, invece, si è ancora in una fase intermedia: consapevolezza crescente, primi interventi locali, ma nessuna regolamentazione nazionale strutturata. Un ritardo che rischia di pesare.

Il punto, alla fine, è uno solo. Non si tratta di una nuova droga nel senso classico. Non ci sono spacciatori nell’ombra o sostanze illegali difficili da reperire. È qualcosa di più sottile: un prodotto quotidiano che cambia funzione, una pratica che si normalizza, uno sballo che sembra innocuo finché non presenta il conto.

E quando succede, spesso è troppo tardi per considerarlo un gioco.

Autore Stampa Italiana - News e Società
Categoria Salute
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