È un terremoto istituzionale quello che sta travolgendo Agostino Ghiglia, membro del Garante per la Privacy, dopo le rivelazioni esplosive di Report. Secondo la trasmissione di Rai 3, Ghiglia avrebbe fatto molto di più che “informare” il partito di Giorgia Meloni: avrebbe trasformato l’Autorità indipendente in una linea diretta con Fratelli d’Italia, allora all’opposizione.
Tutto comincia nell’aprile 2021, in piena emergenza sanitaria. Il governo Draghi vara il decreto “Riaperture” e introduce il Green Pass, lo strumento che avrebbe condizionato per mesi la vita di milioni di italiani. Quel giorno, il Garante per la Privacy lancia un avvertimento formale al governo: ci sono criticità, il sistema non tutela abbastanza i dati personali. Fin qui, nulla di strano. Ma secondo Report, appena arrivato quel parere, Ghiglia si sarebbe affrettato a fare una telefonata – o meglio, a mandare un messaggio – non a un collega, non al Presidente dell’Autorità, ma a Giorgia Meloni.
Il contenuto sarebbe inequivocabile: Ghiglia la informa dell’intervento del Garante, Meloni risponde «Visto! Ora esco. Bravo!». E infatti, poco dopo, la leader di Fratelli d’Italia diffonde una dichiarazione ufficiale: «Il Garante boccia le certificazioni verdi introdotte dal governo Draghi». Una coincidenza temporale che oggi suona come una pistola fumante.
Secondo le carte di Report, Ghiglia avrebbe persino annotato internamente di aver informato la presidente di Fratelli d’Italia. Un gesto che, se confermato, scardinerebbe la neutralità stessa del Garante, un organismo che per legge deve restare impermeabile da qualsiasi influenza politica. Ma la storia non finisce lì.
Solo pochi giorni fa, un altro episodio getta benzina sul fuoco: prima della decisione che infliggeva una multa da 150mila euro proprio a Report per il servizio sull’affaire Sangiuliano, Ghiglia sarebbe stato visto entrare nella sede di Fratelli d’Italia. Un déjà-vu che fa saltare i nervi alla redazione di Sigfrido Ranucci e che solleva una domanda inevitabile: fino a che punto la politica ha messo le mani dentro le Autorità indipendenti?
A peggiorare la situazione arriva la risposta del meloniano Giovanni Donzelli. Nel tentativo di difendere il partito, finisce per confermare il quadro: «È una gravissima ferita alla tenuta democratica delle istituzioni», dichiara, indignato non per il contenuto dello scoop, ma per il fatto che Report lo abbia pubblicato. Poi la domanda retorica che suona come un boomerang: «Ranucci spia i componenti di autorità di garanzia che devono controllare il suo operato?».
Il problema, però, non è Ranucci. Il problema è un membro del Garante che, se tutto fosse vero, avrebbe passato informazioni riservate a un partito politico per influenzare la narrazione pubblica.
Siamo davanti a un cortocircuito istituzionale. Il garante della privacy che, anziché vigilare sui dati, li “condivide” con chi può trarne vantaggio politico. Il custode della riservatezza che, in piena pandemia, rompe la consegna della neutralità per alimentare la battaglia ideologica contro il Green Pass.
Ghiglia, interpellato, tace. Ma il silenzio, in questo caso, pesa più di mille smentite. E se le carte di Report reggono, la domanda è una sola: chi garantisce che il Garante non sia diventato, in realtà, l’ennesimo campo di battaglia tra potere politico e verità?
Un fatto è certo: questa storia non finisce qui. Perché quando la privacy si trasforma in strumento politico, non è solo un abuso — è un tradimento del mandato stesso di un’istituzione nata per proteggere i cittadini, non per servire i partiti.


