Capire con maggiore anticipo chi potrebbe essere più vulnerabile alla depressione, intervenendo prima che compaiano sintomi clinicamente rilevanti. È questa la prospettiva aperta da due nuovi studi dell'Istituto Superiore di Sanità (ISS), pubblicati sulle riviste scientifiche Neuroscience and Biobehavioral Reviews e Journal of Affective Disorders, che propongono un innovativo approccio basato sull'analisi dei cambiamenti dello stato mentale nel corso della vita quotidiana.

L'obiettivo della ricerca non è quello di formulare una diagnosi precoce della depressione, bensì di individuare una possibile condizione di maggiore vulnerabilità, consentendo in futuro di offrire sostegno, monitoraggio e interventi personalizzati prima che il disturbo si manifesti in forma conclamata.



La chiave è la "plasticità" dello stato mentale

Al centro degli studi si trova il concetto di plasticità dello stato mentale, definita come la capacità di una persona di modificare il proprio equilibrio emotivo e psicologico nel tempo.

Questa caratteristica può rappresentare una risorsa preziosa, perché permette di adattarsi agli eventi della vita e recuperare più facilmente dopo momenti difficili. Tuttavia, secondo i ricercatori, la stessa capacità potrebbe anche rendere alcune persone maggiormente esposte a variazioni negative dell'umore, aumentando la vulnerabilità verso sintomi depressivi.

Il primo dei due lavori scientifici ha costruito il modello teorico e matematico alla base di questo nuovo approccio, formalizzando il concetto di plasticità dal punto di vista computazionale.

Il secondo studio ha invece applicato concretamente questo modello per osservare il comportamento degli stati emotivi nel tempo, cercando di comprendere come emozioni, pensieri e stati d'animo interagiscano tra loro.



Come funziona il modello sviluppato dai ricercatori

Il metodo analizza quanto le diverse componenti dello stato emotivo – come tristezza, serenità, stress, rilassamento o altri aspetti dell'umore – tendano a modificarsi contemporaneamente.

I ricercatori hanno osservato due possibili situazioni.

Quando emozioni e stati mentali si muovono in maniera molto coordinata, la persona tende a mantenere uno stato psicologico relativamente stabile, con minori cambiamenti nel tempo.

Quando invece questi elementi variano in modo più indipendente gli uni dagli altri, lo stato mentale risulta più flessibile e quindi maggiormente soggetto a trasformazioni.

È proprio questa seconda condizione che, secondo lo studio, potrebbe rappresentare un indicatore di una maggiore vulnerabilità futura.



Lo studio su 146 persone sane

Per verificare l'efficacia dell'approccio, gli studiosi hanno seguito 146 persone sane, cioè prive di una diagnosi di depressione.

Attraverso il modello computazionale è stata ricostruita l'evoluzione dei loro stati mentali nel tempo.

I risultati hanno mostrato un elemento particolarmente significativo.

Le persone i cui stati emotivi risultavano meno rigidamente collegati tra loro tendevano infatti a manifestare, nei mesi successivi, variazioni più marcate dei sintomi depressivi, arrivando più rapidamente verso livelli considerati più severi.

Come sottolinea Claudia Delli Colli, prima autrice dello studio, questo risultato non dipendeva semplicemente dal fatto che tali persone presentassero inizialmente più sintomi depressivi.

In altre parole, la maggiore vulnerabilità sembrava emergere proprio dalla struttura dinamica del loro stato mentale e non dalla presenza iniziale di un disagio psicologico già evidente.



Non una previsione certa, ma un indicatore di rischio

Gli stessi ricercatori precisano che questi risultati non consentono di prevedere con certezza se una persona svilupperà o meno una depressione.

L'approccio permette piuttosto di identificare una condizione di rischio maggiore, riconoscibile prima della comparsa di un vero disturbo clinico.

Si tratta quindi di uno strumento pensato soprattutto per la prevenzione.

L'idea è quella di poter individuare con maggiore anticipo chi potrebbe beneficiare di un monitoraggio più attento, di interventi psicologici preventivi o di percorsi di sostegno personalizzati.



Il ruolo dello smartphone e delle brevi rilevazioni quotidiane

Uno degli aspetti più innovativi dello studio riguarda il metodo utilizzato per raccogliere le informazioni.

L'approccio si basa infatti su quello che gli esperti definiscono Ecological Momentary Assessment (EMA), una tecnica che permette di osservare gli stati emotivi direttamente durante la normale vita quotidiana.

Come spiega Igor Branchi, del Centro Nazionale per la Ricerca e la Valutazione Preclinica e Clinica dei Farmaci dell'Istituto Superiore di Sanità, che ha coordinato gli studi, il sistema è estremamente semplice.

Attraverso lo smartphone, la persona riceve più volte durante la giornata brevi domande sul proprio stato emotivo del momento.

Ad esempio può essere chiesto di attribuire un punteggio al livello di stress, tristezza, serenità, rilassamento o ad altre sensazioni percepite in quell'istante.

L'insieme di queste rilevazioni consente poi al modello computazionale di analizzare come i diversi stati dell'umore evolvano nel tempo e quanto tendano a modificarsi insieme oppure separatamente.



Una prospettiva promettente per la prevenzione

Secondo i ricercatori, proprio l'analisi di queste dinamiche potrebbe diventare in futuro un nuovo indicatore della vulnerabilità alla depressione.

La semplicità della procedura rappresenta uno degli elementi più interessanti: non richiede infatti esami invasivi, strumenti complessi o visite particolarmente impegnative, ma soltanto brevi rilevazioni ripetute durante la giornata.

Naturalmente, gli stessi autori invitano alla prudenza.

L'approccio resta infatti confinato alla ricerca scientifica e non costituisce ancora uno strumento diagnostico utilizzabile nella pratica clinica.

Saranno necessari ulteriori studi, con campioni più ampi e validazioni indipendenti, per confermarne l'affidabilità e comprenderne appieno le potenzialità.

Se tali risultati dovessero essere confermati, questo nuovo metodo potrebbe però rappresentare un importante passo avanti nella prevenzione della depressione, consentendo di riconoscere precocemente le persone più vulnerabili e offrire loro un supporto mirato prima ancora che il disturbo si manifesti in modo evidente.