L'economia mondiale torna ad essre sotto pressione. A lanciare l'allarme è Kristalina Georgieva, direttrice generale del Fondo Monetario Internazionale, nel suo intervento di apertura alle Spring Meetings di Washington: la guerra in Medio Oriente rappresenta uno shock globale che colpisce crescita, prezzi e stabilità finanziaria.

Uno shock definito “grande, globale e asimmetrico”. Grande perché ha ridotto del 13% i flussi mondiali di petrolio e del 20% quelli di gas naturale liquefatto; globale perché tutti i Paesi stanno pagando energia più cara e subendo interruzioni nelle catene di approvvigionamento; asimmetrico perché l'impatto varia in base alla posizione geografica, alla dipendenza energetica e allo spazio fiscale disponibile.

Il primo effetto è stato immediato: il prezzo del Brent è schizzato da 72 a 120 dollari al barile. Oggi è sceso, ma resta elevato, con costi energetici che continuano a pesare su famiglie e imprese. Le conseguenze si stanno già propagando: carenze di carburanti raffinati, trasporti rallentati, turismo in difficoltà e un aumento dell'insicurezza alimentare che potrebbe coinvolgere altri 45 milioni di persone nel mondo.

Inflazione e mercati sotto tensione

Secondo il Fondo, lo shock si trasmette attraverso tre canali principali. Il primo è quello dei prezzi: energia più cara significa inflazione più alta e consumi più deboli. Il secondo riguarda le aspettative: se cittadini e imprese iniziano ad aspettarsi inflazione elevata, il rischio è quello di una spirale difficile da controllare. Il terzo è finanziario: condizioni più rigide, spread in aumento nei mercati emergenti, borse sotto pressione e dollaro più forte.

Non è uno scenario inedito. Il FMI richiama esplicitamente le crisi energetiche degli anni '70 e quelle più recenti: nel tempo, parte dello shock si riassorbe, grazie a nuovi investimenti, maggiore efficienza energetica e diversificazione delle fonti. Ma nel breve periodo l'impatto resta significativo.


Crescita globale in frenata

Il dato più rilevante riguarda la crescita. Senza la guerra, il Fondo avrebbe rivisto al rialzo le stime globali. Ora accadrà l'opposto: anche nello scenario più ottimistico è previsto un rallentamento.

Le incognite sono molte: dalla durata del conflitto ai danni alle infrastrutture energetiche, fino agli effetti di lungo periodo sulla fiducia. Un esempio emblematico è il complesso di Ras Laffan in Qatar, uno dei principali hub globali per il GNL, gravemente danneggiato e con tempi di recupero stimati fino a cinque anni.

In questo contesto, i Paesi più vulnerabili sono quelli importatori di energia con basso spazio fiscale, in particolare in Africa subsahariana e nelle piccole economie insulari. Ma gli effetti si estendono a tutti, anche ai produttori di energia, perché il petrolio resta una commodity globale.

Le ricette del Fondo: prudenza e interventi mirati

Il messaggio del FMI ai governi è netto: evitare errori. Niente misure isolate come controlli sui prezzi o restrizioni alle esportazioni, che rischiano di aggravare la crisi. Serve invece un approccio equilibrato.

Le banche centrali devono restare vigili sull'inflazione, pronte ad intervenire se le aspettative dovessero sfuggire di mano. La politica fiscale, invece, deve concentrarsi su aiuti mirati e temporanei alle fasce più deboli, evitando sussidi generalizzati che distorcono il mercato e pesano sui conti pubblici.

Un punto chiave riguarda proprio il debito: secondo il Fondo, il mondo ha oggi meno spazio fiscale rispetto al passato, con livelli di indebitamento molto più elevati e costi degli interessi in crescita. Una situazione che limita la capacità di risposta alla crisi.

Italia: deficit in calo, ma il debito resta il nodo

In questo scenario globale complesso, l'Italia mostra segnali contrastanti. Sul fronte del deficit, le previsioni del FMI indicano un miglioramento: dal 3,1% del Pil dello scorso anno si scenderà al 2,8% nel 2026, sotto la soglia del 3% prevista dalle regole europee. Il calo proseguirà al 2,6% nel 2027 e al 2,4% nel 2028, con una stabilizzazione intorno al 2,5% negli anni successivi.

Un percorso che potrebbe riportare il Paese fuori dalla procedura per deficit eccessivo, anche se resta l'incognita dei dati ufficiali di Eurostat attesi il 22 aprile.

Più problematico il quadro del debito pubblico. Il rapporto debito/Pil è previsto in aumento fino al 2027, passando dal 137,1% al 138,8%, per poi iniziare una lenta discesa fino al 136,1% nel 2031. Un livello comunque molto elevato, che espone l'Italia ai rischi di un contesto internazionale instabile e di tassi di interesse più alti.


Un equilibrio fragile

Il quadro che emerge è quello di un'economia globale resiliente ma sotto stress, e di un'Italia che prova a rimettere in ordine i conti senza avere ancora risolto il problema strutturale del debito.

La sfida, per Roma come per molte altre capitali, sarà mantenere la rotta del risanamento senza soffocare la crescita, in un mondo sempre più esposto a shock esterni. Perché, come ha ricordato Georgieva, “la forza delle politiche economiche è la migliore difesa quando arrivano le crisi”. E le crisi, ormai, non sono più un'eccezione ma la regola.