Quando esplodono disperazione e paura
Castel d'Azzano e l'attentato a Ranucci: due notizie che raccontano un'Italia in crisi tra bomba sociale e minacce alla libertà di stampa.
Strani giorni scriveva e cantava Franco Battiato.
Aggiungerei oggi anche tristi e inquietanti. I venti di guerra nel mondo che soffiano sulle nostre teste non ci rendono tranquilli. Ma anche a casa nostra il clima è tutt’altro che idilliaco.
Tra le tante notizie recenti, due mi hanno colpito profondamente: la strage di Castel d'Azzano e l’atto intimidatorio nei confronti del giornalista Sigfrido Ranucci.
Una tragedia che interroga la società
La morte dei tre carabinieri a Castel d'Azzano è una tragedia che va condannata senza ambiguità. Nessuna ragione, nessuna disperazione può giustificare la violenza omicida. Il Luogotenente Marco Piffari, il Brigadiere Capo Valerio Daprà e il Carabiniere Scelto Davide Bernardello stavano facendo il loro dovere e hanno pagato con la vita. Le loro famiglie meritano giustizia e il nostro dolore.
Detto questo, la classe politica non può limitarsi alla retorica del cordoglio. Deve interrogarsi su come tre agricoltori, persone comuni senza precedenti criminali, siano arrivati a un gesto così estremo. I fratelli Ramponi erano schiacciati da debiti, ipoteche e pignoramenti: non malavitosi, ma cittadini travolti dalla crisi economica.
Questa vicenda è lo specchio di un'Italia dove il ceto medio è scomparso e la fascia di nuovi poveri continua a crescere. Artigiani, piccoli imprenditori, lavoratori autonomi scivolano verso la povertà mentre lo Stato si manifesta troppo spesso solo attraverso cartelle esattoriali e sgomberi, senza offrire reti di protezione adeguate.
La tragedia di Castel d'Azzano è una bomba sociale esplosa letteralmente, ma ce ne sono migliaia che covano silenziose nel Paese. Condannare fermamente la violenza è doveroso, ma sarebbe miope non riflettere sulle cause profonde che hanno portato a questa esplosione di disperazione.
L'ombra della paura sul giornalismo libero
L'ordigno esploso davanti alla casa di Sigfrido Ranucci non è vandalismo: è intimidazione mafiosa, un messaggio brutale per imporre il silenzio. In una democrazia matura, nel 2025, si torna a usare esplosivi contro chi fa informazione. È inaccettabile.
Ranucci è uno dei pochi giornalisti d'inchiesta che abbiamo, uno che scava dove altri evitano di guardare. Colpire lui significa colpire il nostro diritto all'informazione libera. La gravità non sta solo nelle auto distrutte, ma nel tentativo di mettere il bavaglio a chi svolge un ruolo essenziale per la democrazia.
Questo attentato ci riporta indietro di decenni, a un'Italia che speravamo superata. In un momento in cui il giornalismo indipendente è già sotto pressione economica e politica, l'uso della violenza rappresenta un'escalation allarmante.
L'Italia ha pagato con il sangue di troppi giornalisti il prezzo della libertà di stampa. Non possiamo permettere che la paura torni a dettare l'agenda dell'informazione. La solidarietà istituzionale non basta: serve un impegno concreto per proteggere chi fa inchieste scomode. Perché se vince la paura, se il silenzio viene imposto con la violenza, avremo perso tutti la nostra libertà.
Come scriveva e cantava Franco Battiato: “Mi lambivano suoni che coprirono rabbie e vendette
Di uomini con clave Ma anche battaglie e massacri di uomini civili
L'Uomo Neozoico dell'Era Quaternaria”.