Altro che “nazione che riparte”. L'Italia del governo Meloni è un Paese fermo, che arretra, e lo fa in silenzio, mentre al ministero delle Imprese e del Made in Italy si accumulano tavoli di crisi come macerie dopo un crollo. Sono quasi cento. Il doppio rispetto a due anni fa. Coinvolgono oltre 120 mila lavoratori. Non è un'emergenza temporanea: è un fallimento strutturale.
Quando Meloni è arrivata a Palazzo Chigi, i tavoli erano 49. Oggi sono 96, destinati a superare quota cento. Questo dato da solo basterebbe a smentire la propaganda governativa fatta di slogan, bandierine e narrazioni patriottiche buone per i comizi, ma inutili nella realtà. Se il “Made in Italy” fosse davvero una priorità, non sarebbe sotto tutela permanente come un paziente in terapia intensiva.
Il problema è che il governo non governa i processi economici: li subisce. La produzione industriale è in calo da 32 mesi negli ultimi tre anni. Trentadue. Non si tratta di una flessione ciclica, ma di una discesa continua tra stagnazione e recessione. Eppure, da Palazzo Chigi e dal ministero competente non arriva nulla che assomigli a una politica industriale degna di questo nome. Nessun piano strategico, nessun investimento pubblico serio, nessuna visione di lungo periodo. Solo conferenze stampa e retorica identitaria.
Le crisi non colpiscono più solo l'industria pesante. Ora travolgono anche commercio e distribuzione, settori che storicamente hanno assorbito occupazione quando la manifattura rallentava. Conbipel, Coin, Conforama, Original Marines: nomi noti, migliaia di lavoratori ciascuno, tutti finiti nel vortice. Woolrich perde il 30% del fatturato e decide di trasferire 139 lavoratori da Bologna e Milano a Torino, mentre il ministero nemmeno convoca il tavolo. Questa non è gestione: è abbandono.
Il governo Meloni parla ossessivamente di “lavoro”, ma nei fatti lascia che le aziende decidano ristrutturazioni, delocalizzazioni e cessioni senza una vera regia pubblica. Il caso Carrefour è emblematico: 20 mila lavoratori coinvolti, tra diretti e indiretti, in una cessione che cambia gli equilibri del settore. Lo Stato osserva, registra, al massimo “monitora”. Interviene solo quando la crisi è già esplosa.
Il settore metalmeccanico resta il più colpito: oltre il 50% delle vertenze. Siderurgia e automotive sono in affanno da anni, senza che il governo abbia mai presentato un piano industriale credibile per accompagnare la transizione energetica e tecnologica. Chimica, energia, moda seguono a ruota. Intanto, oltre ai tavoli nazionali, proliferano quelli regionali, mentre molte chiusure vengono semplicemente comunicate alle istituzioni, senza confronto, senza negoziato, senza responsabilità sociale.
Questo è il vero volto del “sovranismo economico” meloniano: uno Stato che rinuncia a guidare l'economia, che non investe, che non programma, che non difende la capacità produttiva del Paese. Un governo che confonde il patriottismo con la propaganda e lascia che il tessuto industriale si sfaldi pezzo dopo pezzo.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti, tranne di chi governa: più crisi, più precarietà, più lavoratori appesi a un tavolo ministeriale come unica prospettiva. Non è sfortuna. Non è una congiuntura sfavorevole. È una scelta politica. E il conto, come sempre, lo pagano lavoratrici e lavoratori.


