Salvini ha detto di aver pianto per la morte di Kirk (anmmesso che lo conoscesse): un perfetto esempio di opportunismo populista
La reazione di Matteo Salvini all'omicidio di Charlie Kirk, giovane attivista statunitense promotore del movimento neofascista MAGA, rivela più che altro una spettacolarizzazione politica della tragedia altrui. Parlarne come di un evento «spartiacque, di portata globale» e annunciare lacrime pubbliche, come lui ha fatto in una intervista al Corriere, emulando poi Meloni nel lanciare delle accuse a vanvera contro la sinistra, non è esattamente commozione: è calcolo politico mascherato da empatia.
Salvini dichiara di aver pianto vedendo «i ragazzi che pregavano insieme» e descrive un «fiume di rabbia e cattiveria non più nascosta» come se l'omicidio di Kirk fosse il simbolo di una minaccia globale. È una narrazione che, al netto della tragedia umana, vuole sfruttare il dolore altrui per costruire un caso ideologico. Trasformare un omicidio in un pretesto per puntare il dito contro la “sinistra” e per esaltare un'identità conservatrice non solo banalizza il lutto, ma contribuisce a polarizzare ulteriormente l'opinione pubblica.
Ed ancor più inquietante è l'annuncio di Salvini di voler entrare nelle scuole e nelle università per parlare direttamente ai giovani. La retorica paternalistica di chi promette di «ascoltare soprattutto coloro che non la pensano come me» rischia è un'iniziativa di propaganda talmente patetica che va ben oltre il grottesco. Parlare di sicurezza stradale e vite dei ragazzi può sembrare innocuo, ma inserirvi l'ideologia politica e l'esaltazione di figure come Kirk, uno che è diventato milionario diffondendo odio, non è veicolare un messaggio altamente divisivo è un'offesa al buon senso e all'intelligenza.
E poi c'è Pontida, il raduno simbolo della Lega, che Salvini vuole trasformare in un palcoscenico internazionale di martirio politico. Collegamenti con Marine Le Pen, Bolsonaro e giovani influencer diventano un mix di messianismo populista e rete globale anti-sinistra, dove ogni condanna giudiziaria viene dipinta come persecuzione politica. In questo contesto, l'assassinio di Kirk negli Stati Uniti è trasformato in uno strumento di costruzione di nemici e di mito personale.
Il punto cruciale è che Salvini non si limita a esprimere solidarietà: costruisce un racconto ideologico dove la violenza altrui diventa prova della propria narrativa, e dove la sinistra – anche se parzialmente citata – è comunque sempre responsabil e, pertanto, colpevole. Questo tipo di retorica non solo è immorale e vergognosa, ma è pure pericolosa, perché normalizza l'uso strumentale del dolore, alimenta divisioni e trasforma la politica in uno spettacolo di emozioni manipolate.
In definitiva, dietro le lacrime mediatiche e le promesse di dialogo con i giovani, emerge un Salvini che è più interessato ad aumentare il consenso costruendo nemici ideologici che a riflettere davvero sulla violenza e sull'odio. Se l'episodio Kirk ha qualcosa da insegnare, non è che ci siano morti “di serie A” o “di serie B”, ma che chi fa politica dovrebbe misurarsi con il dolore reale senza trasformarlo in palcoscenico personale.