Droni, raffinerie e porti: la nuova fase del conflitto tra Ucraina e Russia
Negli ultimi mesi il conflitto tra Ucraina e Russia ha assunto una dimensione sempre più strategica e meno visibile, spostandosi progressivamente dalle linee del fronte a un terreno altrettanto decisivo: quello delle infrastrutture energetiche. Raffinerie, terminali petroliferi, impianti di lavorazione del gas e porti di esportazione sono diventati obiettivi centrali di una campagna che, come evidenziato anche da un’analisi recente di Al Jazeera, non è più episodica ma strutturata.
Quella che inizialmente appariva come una serie di raid dimostrativi si è trasformata in una strategia coerente. Kyiv ha progressivamente sviluppato la capacità di colpire in profondità il territorio russo, utilizzando droni a lungo raggio e sistemi missilistici per danneggiare nodi cruciali della filiera energetica. L’obiettivo è colpire non solo la logistica militare, ma soprattutto il cuore economico della Federazione: le esportazioni di petrolio e gas, che continuano a rappresentare una delle principali fonti di entrate per sostenere lo sforzo bellico.
Gli effetti non sono trascurabili. Diversi attacchi hanno provocato incendi e interruzioni in raffinerie situate anche a centinaia di chilometri dal fronte, mentre alcuni terminali strategici sul Mar Nero hanno subito danni tali da rallentare le operazioni di carico e costringere Mosca a riorganizzare i flussi. Il porto di Novorossiysk, uno snodo fondamentale per l’export russo, è stato tra i bersagli più sensibili, con conseguenze che si riflettono sull’intera catena logistica del greggio. In alcune fasi, una quota significativa della capacità di raffinazione russa è stata temporaneamente compromessa, costringendo il sistema a operare in condizioni di stress.
Reuters ha riferito che la Russia ha perso il 40% dei suoi potenziali ricavi dal recente rialzo dei costi dell'energia, perché l'Ucraina ha distrutto la sua capacità di esportare almeno 2 milioni di barili di petrolio al giorno. Solo nell'ultima settimana, l'Ucraina ha colpito due piattaforme di perforazione nel Mar Caspio settentrionale e due stazioni di pompaggio del petrolio a Volgograd e nel Territorio di Krasnodar; un deposito di petrolio nella città di Tver, a nord-ovest di Mosca; l'impianto di ammoniaca di Cherepovets Azot nella regione del Volga; l'impianto petrolchimico di Sterlitamak nella Repubblica del Bashkortostan; e il terminale di esportazione di petrolio e la raffineria di Tuapse sul Mar Nero.
Non si tratta soltanto di petrolio. Anche il settore del gas, tradizionalmente più difficile da colpire per via della sua struttura, è entrato nel mirino. Impianti di trattamento e piattaforme offshore sono stati presi di mira, segnalando un ampliamento del raggio d’azione ucraino. Questa evoluzione indica che la campagna non è più limitata a obiettivi opportunistici, ma punta a indebolire in modo sistematico l’intero comparto energetico russo.
L’impatto economico è reale ma non ancora decisivo. La Russia ha dimostrato una notevole capacità di adattamento, deviando esportazioni verso altri porti, utilizzando capacità inutilizzata e accelerando le riparazioni. I flussi non si sono interrotti, e i ricavi energetici, pur sotto pressione, continuano a sostenere il bilancio statale. Tuttavia, il costo operativo è aumentato e la vulnerabilità del sistema è diventata evidente, soprattutto in presenza di attacchi ripetuti e coordinati.
La Russia, a riguardo, ha messo in guardia l'UE contro "conseguenze imprevedibili" e ha affermato che "le mosse dei leader europei stanno trascinando sempre più questi paesi nella guerra con la Russia".
Infatti, secondo Al Jazeera, la Germania avrebbe concordato di investire 300 milioni di euro (355 milioni di dollari) nelle capacità di attacco a lungo raggio dell'Ucraina e avrebbe investito separatamente in 5.000 droni d'attacco a medio raggio da utilizzare contro le linee di rifornimento russe sul campo di battaglia. La Norvegia ha inoltre firmato un accordo con l'Ucraina che porterà alla produzione congiunta di droni e ha donato 560 milioni di euro (661,5 milioni di dollari) per supportare le linee del fronte ucraine con i droni. I Paesi Bassi hanno annunciato uno stanziamento di 248 milioni di euro (293 milioni di dollari) a sostegno dell'impiego dei droni, mentre il Belgio ha promesso 85 milioni di euro (100 milioni di dollari).
Nel frattempo, sul terreno, la Russia continua a rispondere con attacchi intensificati contro infrastrutture ucraine, in particolare nel settore energetico, cercando di replicare la stessa logica di logoramento. Si configura così una dinamica speculare, in cui entrambe le parti tentano di colpire la capacità dell’avversario di sostenere lo sforzo bellico nel lungo periodo.
Il risultato è una trasformazione profonda della natura del conflitto. Non è più soltanto una guerra di posizione o di manovra, ma una competizione per la resilienza economica e infrastrutturale. In questo contesto, oleodotti, raffinerie e terminali diventano bersagli strategici quanto le basi militari.
In prospettiva, è difficile immaginare che questa campagna produca un collasso rapido del sistema energetico russo. Più realistico è uno scenario di erosione progressiva, in cui ogni attacco aggiunge pressione, aumenta i costi e riduce i margini operativi. Una guerra lenta, fatta di interruzioni, riparazioni e nuovi attacchi, che si riflette sui mercati globali e contribuisce a mantenere elevato il livello di incertezza.
È in questa dimensione che si gioca una parte sempre più rilevante del conflitto tra Russia e Ucraina (armata e finanziata dall'Unione Europea): dal campo di battaglia, ormai statico da molto tempo, la guerra si trasferisce al controllo delle risorse, delle infrastrutture e, in ultima analisi, della capacità economica di resistere nel tempo.
E non è una buona notizia.