Medio Oriente, il cessate il fuoco vacilla: Iran colpisce basi USA nel Golfo, Washington contrattacca. Israele continua i raid in Libano e cresce l'allarme per il patrimonio storico distrutto
Il fragile accordo di pace che avrebbe dovuto congelare il conflitto tra Stati Uniti e Iran sembra già sul punto di crollare. Nelle prime ore di domenica l'Iran ha lanciato missili e droni contro installazioni militari statunitensi in Kuwait e Bahrain, poche ore dopo le durissime minacce del presidente americano Donald Trump, che aveva avvertito Teheran di essere pronto ad "eliminare" la leadership della Repubblica Islamica qualora non avesse rispettato l'intesa provvisoria raggiunta per fermare la guerra. La risposta americana non si è fatta attendere: nuove operazioni militari hanno colpito obiettivi iraniani, mentre Israele ha proseguito i bombardamenti contro Hezbollah nel Libano meridionale nonostante il recente accordo di cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti.
Il risultato è un Medio Oriente nuovamente sospeso sull'orlo di un conflitto regionale ancora più esteso, con il rischio concreto che i canali diplomatici aperti negli ultimi giorni vengano definitivamente travolti dall'escalation militare.
Trump rilancia la minaccia: "L'Iran potrebbe cessare di esistere"
La tensione è esplosa dopo un nuovo messaggio pubblicato da Donald Trump sui social network. Il presidente americano ha accusato Teheran di violare gli impegni assunti con l'accordo provvisorio di pace e ha lanciato un avvertimento dai toni estremamente duri.
Trump ha dichiarato che potrebbe arrivare il momento in cui gli Stati Uniti non saranno più in grado di "essere ragionevoli" e saranno costretti a completare militarmente l'operazione già iniziata. Il presidente ha poi aggiunto che, in quel caso, "la Repubblica Islamica dell'Iran non esisterà più".
Parole che hanno immediatamente aggravato il clima già tesissimo tra Washington e Teheran, contribuendo ad alimentare una nuova spirale di violenza.
Missili e droni iraniani contro le basi americane
Circa un'ora dopo le dichiarazioni di Trump sono entrate in azione le forze iraniane. Le sirene antiaeree sono risuonate in Kuwait e Bahrain mentre le difese aeree dei due Paesi cercavano di intercettare missili balistici e droni diretti verso installazioni militari utilizzate dalle forze statunitensi.
I Pasdaran, attraverso il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), hanno rivendicato ufficialmente l'operazione, sostenendo che gli attacchi rappresentano una risposta diretta ai raid americani condotti contro obiettivi iraniani e una conseguenza della violazione del cessate il fuoco da parte di Washington.
Nel comunicato dell'IRGC, i nuovi bombardamenti americani provocheranno "la completa interruzione di tutti i processi diplomatici", mentre il comando navale delle Guardie della Rivoluzione ha promesso che le basi statunitensi nella regione "conosceranno l'inferno nei prossimi giorni".
Nessuna vittima americana, ma la tensione resta altissima
Un funzionario statunitense, citato da Reuters, ha confermato gli attacchi contro le installazioni militari americane precisando che, almeno nelle prime ore successive ai bombardamenti, non risultavano vittime né danni significativi alle basi USA. In Bahrain, tuttavia, un edificio residenziale nella provincia di Muharraq è stato danneggiato da un attacco iraniano, fortunatamente senza provocare vittime.
Il governo del Bahrain ha chiesto una riunione urgente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite affinché l'Iran venga chiamato a rispondere delle proprie azioni.
Anche il Kuwait ha confermato di aver intercettato due missili balistici senza registrare danni né feriti.
Hormuz torna al centro dello scontro
Parallelamente agli attacchi nel Golfo, gli Stati Uniti hanno annunciato una nuova serie di raid contro installazioni militari iraniane.
Secondo il Comando Centrale americano (CENTCOM), le operazioni rappresentano una risposta all'attacco condotto sabato contro una petroliera nello Stretto di Hormuz, la principale arteria energetica del pianeta, attraverso la quale prima della guerra transitava circa un quinto delle forniture mondiali di petrolio e gas naturale liquefatto.
Washington afferma di aver colpito sistemi radar, infrastrutture di sorveglianza, depositi di droni, batterie di difesa aerea e impianti utilizzati per la posa di mine navali.
Da parte sua Teheran sostiene che gli Stati Uniti abbiano violato gli accordi e ribadisce di mantenere il controllo sulla navigazione nello Stretto, rivendicando il diritto di stabilire le rotte autorizzate al traffico commerciale.
Nonostante la riapertura parziale del traffico navale e la graduale ripresa della circolazione di numerose petroliere rimaste bloccate nelle settimane precedenti, la situazione resta estremamente instabile e continua a rappresentare uno dei principali fattori di rischio per l'economia mondiale.
Israele continua a bombardare Hezbollah nonostante il nuovo accordo
Nel frattempo anche il fronte libanese continua a infiammarsi. L'esercito israeliano ha annunciato di aver ucciso miliziani di Hezbollah armati di lanciarazzi RPG e di aver distrutto un lanciatore di razzi nell'area di Nabatieh.
Le operazioni sono avvenute appena un giorno dopo il nuovo accordo di cessate il fuoco raggiunto tra Israele e Libano con la mediazione americana.
Hezbollah non ha commentato immediatamente gli attacchi, ma continua a respingere qualsiasi ipotesi di disarmo finché le truppe israeliane resteranno presenti nel sud del Libano.
Anche il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araqchi ha accusato Washington di non essere riuscita a fermare Israele, sostenendo che il ritiro israeliano dal Libano costituisce uno degli elementi fondamentali dell'intesa raggiunta con gli Stati Uniti.
L'altra guerra: il patrimonio storico del Libano devastato
Accanto al bilancio militare cresce anche quello, altrettanto pesante, dei danni al patrimonio storico e culturale del Libano. Secondo il ministro della Cultura libanese Ghassan Salame, quasi quattro mesi di campagna militare israeliana hanno provocato danni o distruzioni a numerosi siti archeologici e monumenti di valore inestimabile.
Tra gli episodi denunciati figurano il distacco della sommità di una colonna romana nell'antica città di Tiro, patrimonio mondiale dell'UNESCO, la distruzione di un luogo di pellegrinaggio condiviso da cristiani e musulmani, i gravi danni inflitti allo storico mercato mamelucco di Nabatieh e l'abbattimento di interi villaggi secolari lungo il confine meridionale del Paese.
"Ci sono villaggi completamente rasi al suolo"
Salame ha denunciato l'impossibilità per le autorità libanesi di valutare pienamente l'entità dei danni poiché una fascia di circa dieci chilometri nel sud del Paese rimane ancora occupata dalle forze israeliane.
In quell'area si trovano il castello medievale di Beaufort e numerosi centri abitati storici appartenenti a comunità cristiane, sciite e sunnite.
"Ci sono villaggi completamente spianati con i bulldozer", ha dichiarato il ministro, sostenendo che il patrimonio culturale libanese non comprende soltanto le antichità fenicie e romane, ma anche edifici storici, siti archeologici e luoghi di valore religioso e identitario.
Le autorità locali temono inoltre che siano stati danneggiati anche altri importanti monumenti, tra cui la fortezza crociata di Tebnin.
L'allarme dell'UNESCO e la replica di Israele
L'UNESCO ha espresso profonda preoccupazione per lo stato di conservazione della città di Tiro e degli altri siti storici coinvolti nel conflitto.
L'organizzazione ha condannato gli attacchi contro il patrimonio culturale e sta valutando la possibilità di inserire Tiro nella lista dei siti del Patrimonio Mondiale in Pericolo, misura che comporterebbe un maggiore coinvolgimento della comunità internazionale nella tutela dell'area.
Dal canto suo, l'esercito israeliano respinge le accuse di aver deliberatamente preso di mira beni culturali.
In una risposta inviata a Reuters, le Forze di difesa israeliane affermano che le operazioni vengono condotte esclusivamente per necessità militari e che, durante la pianificazione degli attacchi, vengono considerate anche la presenza di siti sensibili e la sicurezza dei civili israeliani. Israele continua inoltre ad accusare Hezbollah di utilizzare alcune aree storiche, tra cui il castello di Beaufort, per lo stoccaggio di armi, circostanza che le autorità libanesi negano con decisione.
Il quadro che emerge è quello di un conflitto sempre più difficile da contenere: mentre Stati Uniti e Iran tornano a colpirsi direttamente e Israele prosegue le operazioni in Libano, la diplomazia appare sempre più fragile. Accanto al costo umano della guerra cresce anche quello culturale, con il rischio che una parte della storia millenaria del Libano venga perduta in modo irreversibile.