Venerdì scorso, il Dipartimento di Stato americano ha avviato il licenziamento di oltre 1.350 dipendenti negli Stati Uniti, dando il via a una ristrutturazione senza precedenti dell'apparato diplomatico, in base ai desiderata del presidente Donald Trump. La mossa, già al centro di aspre critiche, potrebbe compromettere la capacità degli Stati Uniti di difendere e promuovere i propri interessi all'estero, specialmente adesso in un momento di grande instabilità internazionale.

Secondo quanto comunicato internamente dallo stesso Dipartimento, i tagli riguardano 1.107 funzionari del servizio civile e 246 del servizio estero. L'obiettivo dichiarato è "snellire le operazioni domestiche per concentrare le risorse sulle priorità diplomatiche", colpendo funzioni considerati non essenziali o ridondanti.

Nel complesso, la riduzione toccherà circa 3.000 persone – includendo i pensionamenti volontari – su un totale di circa 18.000 dipendenti. È il primo passo di una revisione più ampia voluta da Trump per allineare la politica estera statunitense alla sua agenda "America First". Un'operazione che, ovviamente, punta anche a eliminare figure ritenute ostili alla linea della Casa Bianca, nel contesto più ampio della crociata del presidente contro quello che definisce il "deep state".

Marco Rubio, nominato da Trump Segretario di Stato a febbraio, ha annunciato ad aprile la volontà di snellire il Dipartimento, definendolo "gonfio, burocratico e inefficiente" in un'epoca di nuova competizione tra grandi potenze. Il suo piano prevede di restituire più potere agli uffici regionali e alle ambasciate, sopprimendo programmi e strutture considerate non in linea con gli "interessi fondamentali" degli Stati Uniti. Tra le vittime illustri della riforma figura anche l'ufficio per la sicurezza civile, la democrazia e i diritti umani, oltre ad altri organismi che si occupavano del monitoraggio di crimini di guerra e conflitti.

Il momento in cui la "riforma" prende corpo solleva forti preoccupazioni. Gli Stati Uniti si trovano ad affrontare una serie di crisi internazionali di ampia portata: l'invasione russa dell'Ucraina, il conflitto a Gaza che si protrae da quasi due anni e le crescenti tensioni tra Israele e Iran... per non citare i rapporti non idilliaci con la Cina e le sue influenze in oriente. In questo scenario, ridurre drasticamente la macchina diplomatica viene visto da molti come un autogol strategico.

"Il presidente Trump e il segretario Rubio stanno rendendo l'America meno sicura", ha dichiarato il senatore democratico Tim Kaine. "Questa è una delle decisioni più insensate che si potessero prendere in un momento in cui la Cina sta ampliando la propria rete diplomatica e militare a livello globale, la Russia continua la sua brutale aggressione contro un Paese sovrano e il Medio Oriente è sull'orlo del baratro".

All'interno del quartier generale del Dipartimento a Washington, decine di dipendenti si sono radunati per un'improvvisata cerimonia di commiato. Tra abbracci, lacrime e scatoloni, i colleghi hanno salutato gli "epurati" con lunghi applausi. All'esterno, altri manifestanti hanno mostrato striscioni con scritte come "Grazie ai diplomatici d'America". 

Il processo di uscita è stato organizzato in dettaglio: uffici allestiti per restituire badge, laptop e telefoni, con cartelli "Transition Day Out Processing" e centri di raccolta dotati persino di bottigliette d'acqua e fazzoletti. Ai dipendenti è stato consegnato un documento di cinque pagine con le istruzioni per l'uscita, specificando che l'accesso agli account e agli edifici sarebbe stato revocato alle 17:00 in punto di venerdì.

Tra i reparti più colpiti figura anche l'ufficio che si occupava della ricollocazione negli USA degli afghani che avevano collaborato con le forze statunitensi durante i 20 anni di guerra in Afghanistan.

La ristrutturazione, inizialmente prevista entro il 1 luglio, era stata bloccata da un'ingiunzione legale. Ma martedì scorso, la Corte Suprema ha dato il via libera all'amministrazione Trump per procedere con i tagli. Da allora, l'Ufficio legale della Casa Bianca e l'Office of Personnel Management stanno lavorando per assicurare che il piano rispetti i vincoli normativi.


Il licenziamento di massa al Dipartimento di Stato non è solo una questione di numeri. È un segnale politico forte, che rimodella la diplomazia americana secondo la visione trumpiana, ma al prezzo – secondo i critici – di una perdita di competenze, memoria istituzionale e capacità di proiezione internazionale. In un mondo sempre più multipolare e instabile, è lecito domandarsi se una diplomazia ridotta all'osso potrà essere in grado di tutelare gli interessi degli Stati Uniti o se, al contrario, aprirà spazi che altri attori – come Cina e Russia – saranno pronti a occupare senza esitazioni.