"Il referendum Giustizia è un appuntamento fondamentale. Da Segretario della Lega, l'impegno è che le 1300 sedi del partito siano 1300 comitati per il SÌ. E già da questo fine settimana saremo in piazza con i gazebo per informare. È un'occasione storica per il cambiamento".

Questo è quanto ha dichiarato oggi Matteo Salvini sul referendum costituzionale per la separazione delle carriere dei magistrati.

Quello che fa strabuzzare gli occhi è come sia possibile che lui e i suoi gazebo possano informare su qualcosa di cui lui ancora non ha capito un accidente. Infatti, dopo che una giudice ha disposto per due persone l'obbligo di presentazione quotidiana alla polizia giudiziaria e per una gli arresti domiciliari, tutte e tre arrestate con l'accusa di aver partecipato agli scontri e all'aggressione di un poliziotto sabato scorso a Torino, Salvini ha "sentenziato": 

"Già a piede libero. VERGOGNA.
Votare SÌ al referendum sulla Giustizia è un dovere morale".

In pratica, nonostante lo stesso Nordio, promotore e firmatario della riforma costituzionale abbia ripetutamente dichiarato che tale riforma non interviene di una virgola sul lavoro dei magistrati... Salvini sostiene il contrario! 

Per comprendere di cosa la riforma tratti, a questo indirizzo è possibile leggerne il contenuto: www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2025/10/30/25A05968/sg

Adesso facciamo un po' di chiarezza.

La maggioranza la racconta così: approvi la legge costituzionale del 30 ottobre 2025 e, quasi per magia, i processi si "snelliscono", gli errori giudiziari diminuiscono, la giustizia torna a funzionare. Il messaggio è semplice, vendibile, rassicurante. Peccato che il testo non parli per nulla di tempi dei processi, di personale, di informatizzazione, di uffici intasati, di arretrati. Parla soprattutto di architettura del potere giudiziario: chi governa, chi nomina, chi controlla e chi punisce.

E quando una riforma "organizzativa" viene spacciata come ricetta per accorciare i processi, il sospetto è inevitabile: non è un intervento per far correre la macchina, è un intervento per tenere il volante.

"Snellire i processi"? Nel testo non c'è la cura, c'è il cambio di serrature

Il provvedimento — lo dicono persino le schede istituzionali — ha un obiettivo essenziale: separare le carriere (giudicanti e requirenti) e ridefinire gli organi di autogoverno e disciplina.
Non è una riforma del codice di procedura. Non mette un giorno in più o in meno nei termini, non assume un cancelliere, non crea un tribunale in più, non investe un euro. Il cuore è altrove: due CSM e una Alta Corte disciplinare. 

Quindi, quando la maggioranza insiste con "processi più rapidi", sta solo facendo marketing. E il marketing, quando riguarda la Costituzione, è un pessimo inizio per presentare una riforma.

Il "trittico" del controllo: due CSM + un'Alta Corte

Nel dibattito si sente spesso parlare—anche impropriamente—di "tre CSM". Nel testo, formalmente, i CSM sono due: uno per la magistratura giudicante e uno per la requirente.
Ma l'effetto politico è "triplo", perché alla coppia si aggiunge un organo disciplinare separato: l'Alta Corte disciplinare, che diventa l'unico giudice disciplinare dei magistrati ordinari.

E qui sta il punto: la disciplina non è un dettaglio burocratico. È la leva più potente per indirizzare comportamenti, carriere, prudenza (o paura) di chi indaga e di chi giudica.


Il sorteggio: "anti-correnti" a parole, ma terreno perfetto per la politica

La riforma introduce un meccanismo che viene venduto come moralizzatore: estrazione a sorte dei componenti, in quota significativa, sia tra i magistrati sia per la componente "laica" scelta da un elenco formato dal Parlamento.
Sembra una cura contro le correnti. In realtà può diventare una cura contro la responsabilità: perché il sorteggio non elimina l'influenza, la sposta. Se una parte dei membri "laici" è selezionata da un elenco compilato dal Parlamento, il passaggio politico resta lì, scolpito.
E quando spacchetti l'autogoverno in due consigli "sovrapponibili" (giudici da una parte, pm dall'altra), ottieni anche un vantaggio classico: divide et impera. Non lo dicono i complottisti: lo scrivono analisi critiche sul tema. 

L'Alta Corte: "organo di controllo" che si controlla da solo

Il testo costituzionale dice che l'Alta Corte è composta da 15 giudici: 3 nominati dal Presidente della Repubblica, 3 estratti a sorte da un elenco compilato dal Parlamento, e 9 magistrati (6 giudicanti + 3 requirenti) estratti a sorte tra chi ha almeno 20 anni e funzioni di legittimità svolte o in corso.
Fin qui: equilibri e pesi. Poi arriva il passaggio che la propaganda tende a non mettere in grassetto: l'impugnazione delle decisioni di primo grado avviene "soltanto dinanzi alla stessa Alta Corte", senza i componenti che hanno deciso in prima battuta.

Traduzione: il controllo c'è, sì—ma interno. Un organo privo di controllo di terzi non perché manchi ogni rimedio, ma perché la garanzia costituzionale che emerge è quella di un circuito chiuso: giudici dell'Alta Corte che giudicano altri giudici dell'Alta Corte.
Ed è su questo che molte letture critiche insistono: una disciplina "più terza" a parole rischia di diventare una disciplina più permeabile a monte (nella filiera di selezione) e più autoreferenziale a valle (nel sistema di revisione). 


Il vero messaggio politico: non "efficienza", ma "messaggio alla magistratura"

Nel testo non c'è scritto "mettetevi in riga". Però la direzione politica è chiara: la riforma ridisegna l'autogoverno, spezza l'unità organizzativa, crea un vertice disciplinare esterno ai consigli, e lo fa con meccanismi in cui il passaggio parlamentare resta decisivo.
È per questo che una parte consistente del dibattito contrario legge l'operazione come un segnale: una revisione costituzionale che, più che risolvere problemi, sposta i rapporti di forza.


Se il governo volesse davvero "snellire i processi", parlerebbe di organici, riti, uffici, digitalizzazione, carichi di lavoro. Questa riforma, invece, agisce sulle leve di governo e disciplina della magistratura.
E allora la domanda non è "Sì o No per i processi più rapidi". La domanda è più cruda: vogliamo una giustizia più efficiente, o una magistratura più addomesticabile?