Le relazioni tra Stati Uniti e Israele attraversano una fase di forte attrito. Secondo quanto rivelato da media israeliani, la Casa Bianca ha inviato negli ultimi giorni messaggi durissimi al primo ministro Benjamin Netanyahu, accusandolo apertamente di aver violato l'accordo di cessate il fuoco e di fine della guerra a Gaza con l'uccisione mirata di Raed Saad, alto dirigente militare di Hamas, avvenuta lo scorso fine settimana.

Il reportage, firmato dal giornalista Barak Ravid e pubblicato dall'emittente israeliana N12, cita alti funzionari statunitensi secondo cui l'operazione israeliana rappresenta un chiaro strappo all'intesa mediata dal presidente Donald Trump. Un accordo che Washington considera una propria vittoria politica e diplomatica, e che non intende vedere compromesso da iniziative unilaterali di Tel Aviv.

L'ira della Casa Bianca
Secondo le fonti americane, l'amministrazione Trump è profondamente irritata dal modo in cui Netanyahu prende decisioni, in particolare sul dossier Gaza. Il segretario di Stato Marco Rubio, l'inviato speciale Steve Witkoff e Jared Kushner, consigliere presidenziale e genero di Trump, sarebbero accomunati da una frustrazione crescente verso il premier israeliano.

Il punto più critico è che Israele non avrebbe informato preventivamente gli Stati Uniti dell'operazione di assassinio di Raed Saad, vice comandante dell'ala militare di Hamas e figura ritenuta da Israele tra gli ideatori dell'attacco del 7 ottobre. Nessuna consultazione, nessun coordinamento: un fatto che a Washington è stato interpretato come uno schiaffo politico.

Un alto funzionario americano è stato netto: la Casa Bianca ha comunicato a Netanyahu che l'operazione costituisce una violazione del cessate il fuoco. Il messaggio, senza giri di parole, sarebbe stato questo: se il premier israeliano vuole danneggiare la propria reputazione mostrando di non rispettare gli accordi, è una sua scelta, ma gli Stati Uniti non permetteranno che venga danneggiata l'immagine di Trump, che quell'accordo lo ha negoziato e chiuso.

La versione israeliana
Da parte israeliana, il tono è diverso. Un funzionario di Tel Aviv ha ammesso che la Casa Bianca non era soddisfatta dell'operazione, ma ha sostenuto che le critiche americane sarebbero legate soprattutto alla percezione di alcuni Paesi arabi, che vedono nell'uccisione di Saad una violazione del cessate il fuoco.

Israele ribatte accusando Hamas di aver infranto per primo l'accordo, attaccando soldati israeliani e riprendendo il contrabbando di armi. In questa lettura, l'eliminazione di Raed Saad sarebbe stata una risposta necessaria e uno strumento per garantire la tenuta del cessate il fuoco, non per sabotarlo.

Frizioni che vanno oltre Gaza
Il caso Saad, però, è solo l'ultimo episodio di una serie di tensioni più ampie tra Washington e il governo Netanyahu. Sul fronte siriano, l'amministrazione Trump ritiene che le mosse israeliane contribuiscano a destabilizzare il Paese e a ostacolare gli sforzi statunitensi per sostenere il governo di Damasco e arrivare a un nuovo accordo di sicurezza tra Siria e Israele. Non a caso, l'inviato americano Tom Barrack ha incontrato Netanyahu proprio per discutere questo dossier.

In Cisgiordania, invece, cresce la preoccupazione americana per l'aumento delle violenze dei coloni contro i palestinesi e per le politiche israeliane giudicate provocatorie. A Washington temono che queste scelte possano portare al collasso dell'Autorità Palestinese e a una nuova escalation sul terreno.

Accordi di Abramo a rischio
Secondo funzionari statunitensi, l'attuale linea politica di Israele sta creando un clima regionale ostile che mina gli sforzi americani per ampliare gli Accordi di Abramo, in particolare con l'Arabia Saudita. La posizione della Casa Bianca è pragmatica: nessuno chiede a Netanyahu di sacrificare la sicurezza di Israele, ma gli viene chiesto di evitare azioni che nel mondo arabo vengono lette come provocazioni gratuite.

Anche su Gaza, Washington accusa Netanyahu di miopia politica, soprattutto per la sua riluttanza ad avanzare verso la seconda fase dell'accordo, che prevede un ulteriore ritiro israeliano dalla Striscia. In una recente telefonata, Trump avrebbe chiesto al premier israeliano di essere un “partner migliore” sul dossier Gaza, mentre Witkoff e Kushner sarebbero apertamente irritati dalla mancanza di flessibilità israeliana su nodi cruciali.

Netanyahu sempre più isolato
Il quadro regionale che emerge è poco lusinghiero per il leader israeliano. La Casa Bianca punta a consolidare il cessate il fuoco, abbassare le tensioni e spostare l'attenzione dalla guerra alla ricostruzione dei rapporti tra Israele e mondo arabo. Ma, secondo funzionari americani, nella regione esiste un forte deficit di fiducia nei confronti di Netanyahu e una chiara riluttanza, da parte di diversi Paesi arabi, a collaborare con lui.

Emblematico il caso dell'Egitto: i tentativi americani di organizzare un incontro tra Netanyahu e il presidente Abdel Fattah al-Sisi si sono scontrati finora con un netto rifiuto del Cairo. Un funzionario statunitense è stato brutale nel giudizio: negli ultimi due anni Netanyahu è diventato quasi un paria sulla scena internazionale. E la domanda, secondo Washington, dovrebbe porsela lui stesso: perché al-Sisi rifiuta di incontrarlo? E perché, a cinque anni dagli Accordi di Abramo, non è mai stato invitato in visita ufficiale negli Emirati Arabi Uniti?

Gli Stati Uniti, assicurano le fonti, stanno ancora cercando di ripulire l'immagine internazionale di Netanyahu. Ma l'avvertimento finale è chiaro: se il premier israeliano non sarà disposto a compiere passi concreti per ridurre le tensioni, Washington non perderà tempo a inseguire un'ulteriore espansione degli Accordi di Abramo.

Al momento, né la Casa Bianca né l'ambasciata israeliana a Washington hanno rilasciato commenti ufficiali sulle rivelazioni del reportage. Il silenzio, però, dice già molto.