In quattro anni il governo Meloni ha fatto della sicurezza il terreno su cui misurarsi, e lo ha fatto quasi sempre con lo strumento dell'urgenza. Il primo decreto-legge dell'esecutivo, nell'ottobre 2022, conteneva già il nuovo reato contro i rave. Poi sono arrivati il decreto Cutro sull'immigrazione (marzo 2023), il decreto Caivano sulla criminalità minorile (settembre 2023), il grande pacchetto del DL 48/2025 e infine il DL 23/2026, varato dopo gli scontri di Torino e corretto da un secondo decreto il giorno stesso della conversione.

Nell'estate 2026 si sono aggiunti due disegni di legge, uno sul risarcimento a chi viene ferito mentre commette un reato e uno sull'imputabilità dei minorenni. Il bilancio normativo è imponente: decine di nuovi reati e aggravanti, pene più alte, più poteri ai prefetti, più tutele per le forze dell'ordine.

La domanda che conta, però, non è quante norme siano state scritte. È se abbiano reso il Paese più sicuro. E per rispondere servono i numeri, letti senza le lenti della propaganda di nessuna parte.

Meno reati, ma il calo viene da lontano
Il dato che il governo rivendica è reale. Secondo il dossier di Ferragosto del Viminale, nel primo semestre 2026 i reati registrati sono stati 1.068.240, contro 1.186.268 dello stesso periodo 2025: un calo del 10%. Gli omicidi volontari sono scesi da 163 a 138, i furti dell'11,4%, le rapine del 12,3%, le violenze sessuali del 7,1% .

Il problema è attribuire questi numeri ai decreti. La delittuosità registrata in Italia scende da molti anni, con oscillazioni, ben prima del 2022. Nel 2025 l'intero anno aveva segnato solo un -1,8%, e gli omicidi erano saliti del 3,4%. Un calo forte in un semestre, dopo un anno piatto, è un segnale da seguire, non ancora una tendenza.

C'è poi un limite strutturale: i reati "registrati" sono quelli denunciati o scoperti. Dipendono dalla propensione a denunciare e dall'attività delle forze dell'ordine, non solo da quanti reati avvengono davvero. Per questo le indagini di vittimizzazione dell'ISTAT, che misurano anche il sommerso, sarebbero il termine di paragone più solido. Ma sono pubblicate con anni di ritardo.

Intanto la percezione va in direzione opposta: Avvenire nota che i sondaggi registrano un'insicurezza crescente mentre i dati ufficiali migliorano. È il paradosso con cui ogni governo, di qualsiasi colore, deve fare i conti.

Caivano: più ragazzi in cella, non necessariamente più reati
Il decreto Caivano è il caso in cui l'effetto della norma si vede più nitidamente, ma non nella direzione che si potrebbe pensare. Secondo l'ottavo rapporto di Antigone, gli ingressi negli Istituti penali per minorenni sono passati da 1.051 nel 2022 a 1.258 nel 2024 e 1.197 nel 2025: +16,6%. Le presenze sono cresciute di circa il 50%, e per la prima volta le carceri minorili italiane sono sovraffollate.

Ma quando si guarda a monte, l'aumento si ridimensiona: +12% per le prese in carico dell'autorità giudiziaria, appena +2% per gli ingressi effettivi nel sistema della giustizia minorile. La lettura più coerente con i numeri è che a crescere sia stata soprattutto la risposta penale (più custodia cautelare, arresto in flagranza esteso anche allo spaccio di lieve entità) e non la criminalità giovanile in sé.

Il governo offre un'interpretazione diversa. Il capo del Dipartimento per la giustizia minorile, Antonio Sangermano, ha riconosciuto l'aumento degli ingressi ma lo ha attribuito all'aggravarsi della criminalità minorile e all'arrivo di minori stranieri non accompagnati. Resta il fatto che, a tre anni dal decreto, non c'è un dato che mostri un calo dei reati commessi da minori. E il nuovo DL 23/2026 è tornato proprio su violenza giovanile e coltelli: segno che il problema, nella stessa valutazione dell'esecutivo, non era risolto.

Sbarchi crollati, ma il merito è della diplomazia più che del codice
Sull'immigrazione il risultato numerico è il più netto della legislatura. Dagli oltre 155.000 arrivi del 2023 si è passati ai 66.617 del 2024 e ai 14.388 del primo semestre 2026, con un calo del 52% sull'anno precedente. I rimpatri sono saliti da 4.751 nel 2023 a 6.097 nel 2025.

Il decreto Cutro, però, c'entra poco con questo crollo. Nel 2023, l'anno del decreto, gli sbarchi sono anzi aumentati rispetto al 2022. Il punto di svolta coincide con l'accordo Ue-Tunisia del luglio 2023: le partenze dalla Tunisia sono scese da circa 60.000 nel 2023 a 2.393 nei primi sette mesi del 2025 (Il Giornale). È un successo della politica estera e degli accordi con i Paesi di transito, che il governo può legittimamente rivendicare, ma non della leva penale contro gli scafisti.

Il bilancio umano è più ambiguo. In valore assoluto i morti e dispersi nel Mediterraneo sono scesi da 3.155 nel 2023 a 2.185 nel 2025 (UIL su dati OIM). Ma in proporzione agli arrivi il 2026 si è aperto con il dato più alto dall'avvio del monitoraggio OIM nel 2014. Meno partenze non significano viaggi meno pericolosi.

2025 e 2026: si misura l'attività, non il risultato
Per il DL 48/2025 e il DL 23/2026 una valutazione seria è semplicemente prematura. Il primo è in vigore da poco più di un anno, il secondo da sei mesi. I numeri disponibili descrivono soprattutto ciò che fanno lo Stato e le forze dell'ordine: 6.101 alloggi popolari liberati dalle occupazioni abusive da ottobre 2022, oltre 2,3 milioni di persone controllate nelle zone rosse, 12.876 allontanamenti.

Sono indicatori di impegno operativo, non di efficacia. Più controlli producono più allontanamenti per definizione, e non dicono se il degrado in quelle aree sia diminuito o si sia semplicemente spostato. Per rave e blocchi stradali, due dei reati-simbolo della legislatura, non esistono statistiche pubbliche sistematiche: è impossibile dire se siano calati.

Alcuni segnali vanno in direzione opposta alle attese. Il dossier del Viminale registra un aumento del 62% degli agenti feriti durante le manifestazioni, nonostante le nuove aggravanti per le violenze contro le forze dell'ordine. E sul fronte droga, a fronte di più operazioni contro il traffico internazionale (+11%), calano sia le denunce sia le quantità sequestrate.

Le ragioni dell'esecutivo
Sarebbe scorretto liquidare tutto come propaganda. Il governo può sostenere, con qualche fondamento, che la deterrenza non si misura in sei mesi e che norme più severe agiscono anche in modo invisibile, scoraggiando condotte che non arrivano mai nelle statistiche. Può rivendicare un calo dei reati che, qualunque ne sia la causa, è avvenuto durante il suo mandato, e un crollo degli sbarchi frutto di scelte politiche precise.

C'è anche un argomento di principio: per una parte dell'elettorato la tutela delle forze dell'ordine, gli sgomberi e la stretta sulle occupazioni sono risposte dovute a situazioni rimaste a lungo senza soluzione, a prescindere dall'effetto sui numeri. Il piano di assunzioni nelle forze di polizia, rivendicato dal Viminale, è un investimento i cui effetti si vedranno negli anni.

I critici, dalla magistratura ad Antigone, obiettano che la moltiplicazione di reati e aggravanti carica gli uffici giudiziari e le carceri, già sovraffollate, senza un beneficio dimostrato. E che l'uso ripetuto del decreto-legge, fino al caso raro, con un solo precedente negli ultimi trent'anni secondo Pagella Politica, di un decreto corretto da un altro decreto nello stesso giorno, comprime il ruolo del Parlamento.

Il verdetto dei numeri: risultati veri, cause non provate
Messo tutto in fila, il quadro è questo. I reati registrati calano, ma il calo segue una tendenza di lungo periodo e non è stato collegato da nessuno studio indipendente ai singoli decreti. Gli sbarchi sono crollati, ma per effetto degli accordi internazionali più che del diritto penale. Il decreto Caivano ha prodotto con certezza più detenzione minorile, molto meno chiaramente meno criminalità. Per i provvedimenti più recenti i dati sono ancora troppo pochi.

Il limite più grave non è politico ma di metodo: nessuno di questi decreti è stato accompagnato da indicatori di risultato fissati in partenza e da una verifica indipendente a distanza di tempo. Ogni nuovo intervento arriva sull'onda di un fatto di cronaca, prima che si sappia se il precedente abbia funzionato.

Chiedere che una norma penale dichiari quale reato intende ridurre, di quanto e in quanto tempo, e che qualcuno lo verifichi, non è un'idea di destra o di sinistra. È la condizione minima per discutere di sicurezza con i fatti invece che con gli slogan. Ed è la prova che, per ora, nessun governo ha voluto affrontare.