Fermo preventivo esteso ai minorenni, nuovi reati e pene più severe. Ma il governo deve rinunciare ad attribuire funzioni di polizia giudiziaria ai soldati. Ancora una volta l'esecutivo risponde ai problemi dell'ordine pubblico moltiplicando i divieti, anziché investire nel personale necessario a garantire la sicurezza dei cittadini.
L'ennesimo decreto sicurezza del governo Meloni è arrivato. Dopo le violenze e i saccheggi che hanno interessato Milano e altre città italiane, il Consiglio dei ministri ha approvato martedì 20 ottobre un nuovo provvedimento dal titolo solenne: Disposizioni urgenti in materia di sicurezza pubblica e contrasto alla criminalità minorile. Dietro la consueta promessa di una risposta ferma dello Stato, però, emerge ancora una volta la stessa ricetta: nuove fattispecie di reato, aggravamenti delle pene, ampliamento dei poteri preventivi delle forze dell'ordine e, soprattutto, un'altra operazione di propaganda destinata a coprire le difficoltà di un sistema di sicurezza che continua a soffrire per la carenza di personale e di risorse.
Il provvedimento introduce il reato di partecipazione violenta a una manifestazione, con pene che possono arrivare fino a cinque anni di carcere e multe fino a 20mila euro. Estende inoltre il fermo preventivo ai minorenni, amplia le possibilità di arresto in flagranza differita e prevede l'invio di altri 500 militari a Milano. L'obiettivo dichiarato è impedire che si ripetano gli episodi di violenza registrati negli ultimi giorni. Ma la questione fondamentale resta senza risposta: in che modo l'ennesima norma repressiva dovrebbe garantire una presenza più capillare ed efficace delle forze dell'ordine sul territorio?
Il fermo preventivo anche per i minorenni: una misura più facile da annunciare che da applicare
Tra le novità maggiormente rivendicate dall'esecutivo figura l'estensione del fermo preventivo ai ragazzi tra i 14 e i 18 anni. Una misura che il governo presenta come uno strumento indispensabile per impedire violenze e disordini, ma che ripropone tutte le difficoltà operative e le questioni relative alle garanzie individuali già sollevate dall'analogo istituto previsto per gli adulti.
Il punto è piuttosto semplice. Per trattenere preventivamente una persona occorrono presupposti giuridici precisi, elementi concreti che giustifichino l'intervento e personale in grado di eseguire il provvedimento nel rispetto delle procedure previste. Non basta sospettare genericamente che qualcuno possa creare problemi. E quando il destinatario è un minorenne, alle esigenze di ordine pubblico si aggiungono le particolari tutele che l'ordinamento riconosce a chi non ha ancora raggiunto la maggiore età.
È legittimo, allora, chiedersi quale sia stata finora l'effettiva applicazione del fermo preventivo nei confronti degli adulti, quanti interventi siano stati realmente effettuati e quali risultati abbiano prodotto. Senza questi dati, presentare l'estensione ai minorenni come una svolta nella lotta alla criminalità significa attribuire alla nuova disposizione un'efficacia che deve ancora essere dimostrata.
C'è poi un problema materiale che il governo sembra sistematicamente ignorare. Ogni fermo comporta controlli, accompagnamenti, identificazioni, adempimenti amministrativi e personale sottratto ad altri servizi. Se gli organici sono già insufficienti, aumentare le possibilità di intervento senza rafforzare chi deve materialmente applicarle rischia di produrre soltanto nuove difficoltà operative.
In altre parole, una legge può ampliare i poteri sulla carta, ma non può moltiplicare gli agenti disponibili nelle strade e negli uffici di polizia.
Cinquecento militari a Milano: il governo voleva trasformarli in poliziotti
Ancora più significativa è la vicenda dei 500 militari aggiuntivi destinati a Milano. Inizialmente il governo aveva ipotizzato di attribuire loro anche funzioni di polizia giudiziaria, sia pure temporaneamente, per affrontare i disordini nelle città. Una proposta che ha sollevato perplessità istituzionali e forti critiche da parte dei rappresentanti delle forze di polizia.
Il ministro della Difesa Guido Crosetto aveva sostenuto la necessità di consentire ai militari di operare, per un periodo limitato, con poteri analoghi a quelli delle forze di polizia. Ma la proposta si è scontrata con un problema tutt'altro che secondario: i soldati non sono automaticamente investigatori o operatori specializzati nella gestione dell'ordine pubblico soltanto perché indossano una divisa.
La polizia giudiziaria svolge funzioni disciplinate dalla legge, che comprendono la ricerca dei reati, l'individuazione dei responsabili, la raccolta delle prove e gli atti necessari all'attività investigativa. Sono compiti che richiedono formazione specifica, esperienza, conoscenza delle procedure penali e precise responsabilità.
Non è un caso che lo stesso sindacato di polizia Siap abbia contestato apertamente la proposta. Il segretario generale Giuseppe Tiani ha denunciato il rischio di una torsione autoritaria nella gestione dell'ordine pubblico, ricordando che i poteri capaci di incidere sulle libertà fondamentali dei cittadini richiedono competenze e preparazione professionale.
Alla fine, la disposizione è stata eliminata. Dopo le interlocuzioni tecniche con il Quirinale, il governo ha rinunciato ad attribuire ai militari le nuove funzioni di polizia giudiziaria. I 500 soldati saranno comunque inviati a Milano, ma nell'ambito delle funzioni già previste dall'operazione Strade sicure, senza trasformarsi in una forza di polizia giudiziaria.
E qui emerge il primo paradosso: l'esecutivo annuncia una misura straordinaria, ne rivendica l'efficacia ancora prima di averne definito la praticabilità giuridica e finisce per ripiegare su uno strumento già utilizzato da anni.
Il vero problema è la carenza di personale, ma il governo continua a ignorarlo
L'aspetto più grottesco dell'intera operazione è che proprio l'invio dei militari costituisce una clamorosa ammissione dell'insufficienza degli organici delle forze di polizia.
Se il controllo del territorio funzionasse con una presenza adeguata e continuativa di poliziotti e carabinieri, perché sarebbe necessario ricorrere ancora una volta all'Esercito? Perché, dopo anni di annunci sulla sicurezza, occorre mobilitare personale militare per rafforzare la sorveglianza di una delle principali città italiane?
La risposta è nella carenza di personale, un problema denunciato da tempo dalle organizzazioni sindacali e documentato anche negli atti parlamentari.
POLIZIA DI STATO — CARENZA DI ORGANICO
10.271
Unità mancanti a fine 2023
11.340
Unità mancanti a fine 2024
13.000+
Stima del deficit a fine 2025
Dati e stima riportati in un atto parlamentare del Senato del 5 marzo 2026, sulla base della pianificazione del personale del Ministero dell'Interno.
I numeri sono particolarmente significativi. Nel 2023 mancavano oltre diecimila unità rispetto alla dotazione prevista. Nel 2024 il deficit era salito a 11.340. Per il 2025, sulla base della consistenza effettiva del personale e della dotazione precedentemente prevista, un atto parlamentare ha stimato una carenza superiore alle 13mila unità.
Non si tratta, peraltro, soltanto di un problema nazionale astratto. Nel giugno 2026, a Bologna, il Siulp ha denunciato una riduzione di circa il 30% del personale della Squadra mobile rispetto al 2019. A Lecce, i sindacati hanno segnalato per il 2026 ben 44 pensionamenti previsti a fronte di appena nove nuovi ingressi.
Sono situazioni concrete che mostrano quanto sia difficile garantire un presidio stabile del territorio quando le amministrazioni devono fare i conti con pensionamenti, turni di servizio, straordinari e uffici sottodimensionati. Eppure, invece di affrontare strutturalmente questa emergenza, il governo preferisce rispondere con nuove disposizioni penali e interventi straordinari.
I militari possono certamente svolgere un ruolo utile di supporto, presidiando obiettivi sensibili e liberando risorse delle forze di polizia per altri compiti. Ma non possono sostituire stabilmente agenti formati per la prevenzione, le indagini e il controllo quotidiano delle città.
L'operazione Strade sicure, nata come risposta a particolari esigenze, rischia così di diventare il surrogato permanente di un piano di assunzioni che dovrebbe rappresentare la vera priorità.
Nuove leggi, ma senza gli investimenti necessari
La strategia del governo Meloni sembra ormai seguire un copione consolidato. Ogni volta che si verifica un episodio particolarmente grave, Palazzo Chigi annuncia una nuova stretta. Si introducono reati, si inaspriscono sanzioni, si ampliano strumenti preventivi e si promette una maggiore fermezza.
È una risposta politicamente conveniente, perché offre risultati comunicativi immediati. Una conferenza stampa, un video della presidente del Consiglio, qualche dichiarazione muscolare e il messaggio è pronto: il governo è intervenuto.
Molto più impegnativo sarebbe assumere migliaia di nuovi agenti, formare il personale, rafforzare gli uffici investigativi, migliorare le condizioni di lavoro e assicurare risorse continuative per la prevenzione.
Questi interventi richiedono finanziamenti, programmazione e anni di investimenti. Le nuove norme punitive, invece, consentono di promettere sicurezza senza sostenere necessariamente, nell'immediato, l'onere di un rafforzamento strutturale degli apparati pubblici.
Naturalmente, le leggi non sono letteralmente prive di costi: anche la loro applicazione assorbe personale, strutture e risorse. Ma è proprio questa la contraddizione. Il governo continua a caricare di nuovi compiti amministrazioni già in difficoltà, senza dimostrare che gli strumenti e gli organici disponibili siano sufficienti ad assolverli.
Il risultato rischia di essere una sicurezza sempre più severa nei testi legislativi e sempre meno efficace nella vita quotidiana.
Il diritto di manifestare e la risposta alle violenze
Nessuno mette in discussione la necessità di perseguire chi aggredisce gli agenti, devasta negozi, incendia veicoli o approfitta di una manifestazione per commettere reati. Sono comportamenti che devono essere contrastati e sanzionati.
Ma molti di questi fatti erano già punibili dal codice penale. Devastazione e saccheggio, danneggiamento, lesioni, resistenza e violenza a pubblico ufficiale non sono certo invenzioni del nuovo decreto.
Il governo sostiene che le nuove disposizioni consentiranno di colpire con maggiore precisione le condotte violente di gruppo. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha assicurato che il provvedimento non limita la libertà di manifestazione, ma intende tutelarla distinguendo il dissenso legittimo dai comportamenti criminali.
Resta tuttavia una questione fondamentale: introdurre ulteriori reati produce davvero maggiore sicurezza oppure contribuisce soprattutto a un progressivo irrigidimento della risposta penale?
La distinzione tra manifestanti pacifici e persone responsabili di violenze deve essere netta. Le responsabilità devono restare individuali, gli interventi di prevenzione devono rispettare le garanzie costituzionali e la libertà di manifestare non può essere compressa sulla base di sospetti generici.
Allargare continuamente il campo della repressione senza affrontare le condizioni sociali che alimentano parte del disagio giovanile significa, inoltre, limitarsi a intervenire sulle conseguenze anziché sulle cause.
Povertà, precarietà, marginalità, difficoltà di accesso al lavoro e assenza di opportunità non giustificano in alcun modo la violenza. Ma ignorare questi fenomeni impedisce di costruire politiche di prevenzione realmente efficaci.
La sicurezza non si garantisce per decreto
Dopo quattro anni di governo, Giorgia Meloni continua a presentare ogni nuovo provvedimento repressivo come una dimostrazione di determinazione politica. Ma se le misure precedenti fossero state risolutive, sarebbe legittimo chiedersi perché occorra intervenire continuamente con altre norme d'urgenza.
Non è il numero dei decreti sicurezza approvati a misurare l'efficacia dell'azione di governo. Contano la capacità di prevenire i reati, la rapidità degli interventi, la qualità delle indagini, la presenza delle pattuglie, l'efficienza degli uffici e la fiducia dei cittadini nelle istituzioni.
Su questi aspetti le carenze degli organici rappresentano un ostacolo concreto, che nessuna dichiarazione propagandistica può cancellare.
Per questo l'invio di altri 500 militari a Milano assume un significato politico che va ben oltre il singolo intervento. Un governo che ha fatto della sicurezza uno dei principali argomenti della propria identità politica è costretto a ricorrere ancora una volta all'Esercito per rafforzare il controllo del territorio, mentre continua a produrre disposizioni che aumentano i compiti delle forze dell'ordine.
Il paradosso è evidente: mancano gli uomini per far rispettare le leggi, e il governo risponde facendo altre leggi.
Servirebbe invece un piano pluriennale di assunzioni, accompagnato da investimenti nella formazione, nell'organizzazione dei servizi e nelle attività investigative. Servirebbe una presenza stabile dello Stato nelle periferie, non soltanto in occasione delle emergenze che conquistano le prime pagine.
Ma tutto questo costa. E soprattutto non permette di proclamare una vittoria politica nel giro di ventiquattr'ore.
È molto più semplice presentarsi davanti alle telecamere, annunciare il pugno duro e lasciare che siano poliziotti, carabinieri, magistrati e operatori della giustizia minorile a misurarsi con le difficoltà di applicazione delle nuove disposizioni.
Il governo Meloni pretende di essere preso sul serio nella lotta alla criminalità, ma continua a confondere la produzione di norme con la capacità di garantire sicurezza. E finché preferirà investire sugli annunci anziché sugli uomini e sulle risorse necessari a far funzionare lo Stato, ogni nuovo decreto rischierà di essere soltanto l'ennesima ammissione del fallimento di quelli precedenti.


