Il Governo Meloni rilancia il nucleare e lo fa con un disegno di legge delega che punta a riportare l'atomo nel mix energetico nazionale dopo quasi quarant'anni di assenza. Oggi, il ddl ha ottenuto il via libera alla Camera con 155 voti favorevoli, 86 contrari e 8 astenuti. In totale i presenti erano 249. Ora il provvedimento passerà all'esame del Senato, con il governo che punta all'approvazione definitiva prima della pausa estiva.
L'obiettivo dichiarato è ambizioso: garantire sicurezza energetica, ridurre le emissioni, contenere i costi dell'elettricità e contribuire alla neutralità climatica entro il 2050. Ma dietro l'impianto teorico del provvedimento emergono una serie di criticità tecniche, economiche e temporali che trasformano il progetto in una scommessa già persa in partenza.
Il documento parte da una constatazione condivisibile: la domanda di energia elettrica è destinata a crescere fortemente nei prossimi decenni, trainata dall'elettrificazione dei consumi, dai data center e dall'intelligenza artificiale. Per il Governo, le sole fonti rinnovabili non sarebbero sufficienti a garantire continuità di approvvigionamento e stabilità della rete. Da qui la scelta di affiancare alle rinnovabili una quota di energia nucleare capace di coprire tra l'11 e il 22 per cento della produzione elettrica nazionale entro il 2050.
Il problema è che il disegno di legge si fonda più su scenari futuri che su tecnologie oggi realmente disponibili.
Il nodo della quarta generazione
Uno degli aspetti più evidenti riguarda il continuo riferimento al cosiddetto nucleare di quarta generazione. Il testo stesso ammette che tali tecnologie sono ancora in fase di sviluppo e che si "confida" nella loro disponibilità in tempi relativamente brevi. Ma la realtà industriale è molto diversa.
Ad oggi non esistono centrali nucleari commerciali di quarta generazione operative nel mondo occidentale. Esistono prototipi sperimentali, programmi di ricerca e dimostratori tecnologici. Nessun Paese europeo dispone di una filiera industriale matura in grado di costruire e mettere in esercizio impianti commerciali di quarta generazione su larga scala.
In altre parole, il Governo fonda parte significativa della propria strategia energetica su tecnologie che ancora non esistono sul mercato.
Ancora più incerta appare la prospettiva della fusione nucleare, anch'essa citata nel provvedimento. I principali progetti internazionali, a partire da ITER, non prevedono alcuna produzione commerciale di elettricità prima della seconda metà del secolo. Utilizzare oggi la fusione come argomento a sostegno di una strategia energetica nazionale equivale, di fatto, a scommettere su una tecnologia che potrebbe arrivare troppo tardi rispetto agli obiettivi climatici del 2050.
Anche gli SMR restano una promessa
Il Governo punta molto sui cosiddetti Small Modular Reactor (SMR), i piccoli reattori modulari che dovrebbero essere più economici, più sicuri e più rapidi da costruire.
Anche qui, però, emerge una contraddizione.
Il documento afferma che la commercializzazione potrebbe iniziare nei primi anni Trenta. Ma attualmente nessun SMR occidentale è ancora operativo su scala commerciale. I progetti più avanzati negli Stati Uniti, in Canada e nel Regno Unito sono ancora nelle fasi autorizzative o di progettazione.
Ciò significa che l'Italia dovrebbe:
- attendere la maturazione della tecnologia;
- sviluppare una normativa completa;
- individuare i siti;
- ottenere le autorizzazioni;
- costruire gli impianti;
- realizzare le connessioni alla rete.
Anche ipotizzando il massimo ottimismo, appare difficile immaginare una produzione significativa prima degli anni Quaranta.
Il problema dei siti
La questione della localizzazione degli impianti è probabilmente il punto più delicato dell'intero progetto.
Il disegno di legge prevede consultazioni con territori, regioni e comuni e parla di misure compensative per le aree interessate. Il fatto stesso che il tema venga affrontato con tanta cautela dimostra quanto il Governo sia consapevole della difficoltà politica dell'operazione.
L'Italia è uno dei Paesi europei più densamente abitati, con una forte presenza di aree agricole pregiate, siti archeologici, zone turistiche e territori sottoposti a vincoli paesaggistici.
La vicenda del Deposito Nazionale dei rifiuti radioattivi dimostra quanto sia difficile individuare un sito persino per lo stoccaggio delle scorie esistenti. Se da oltre vent'anni il Paese non riesce a trovare un luogo dove collocare un deposito nazionale, è legittimo chiedersi quanto tempo sarà necessario per individuare e autorizzare nuove centrali nucleari.
Non a caso Toscana, Sardegna e Umbria hanno espresso parere negativo durante il passaggio in Conferenza Unificata.
Le scorie: il problema che il testo minimizza
Il provvedimento dedica ampio spazio alla gestione dell'intero ciclo del combustibile nucleare, dallo stoccaggio al riprocessamento fino allo smantellamento degli impianti. Tuttavia la soluzione concreta non viene indicata.
L'Italia non possiede oggi un deposito geologico profondo per i rifiuti ad alta attività e non esiste alcun progetto avanzato per realizzarlo.
In sostanza il Governo propone di avviare una nuova stagione nucleare mentre il Paese non ha ancora completato la gestione dell'eredità del vecchio nucleare italiano.
I costi reali
Altro punto critico è quello economico.
La relazione tecnica allegata al disegno di legge stanzia 20 milioni di euro annui tra il 2027 e il 2029 per l'avvio delle attività previste. Una cifra che appare simbolica rispetto alle dimensioni del progetto.
Le esperienze recenti in Europa raccontano una storia diversa.
Le centrali di nuova generazione costruite negli ultimi anni hanno registrato quasi ovunque ritardi pluriennali e fortissimi incrementi di costo. Gli esempi di Olkiluoto in Finlandia, Flamanville in Francia e Hinkley Point C nel Regno Unito sono ormai casi di scuola.
Parlare oggi di riduzione delle bollette grazie al nucleare appare quindi quantomeno prematuro.
L'Italia continuerà comunque a dipendere dal gas
La criticità più rilevante è forse quella che emerge indirettamente dallo stesso testo.
Il documento non prevede infatti la sostituzione del gas naturale. Al contrario, individua un futuro mix energetico basato su rinnovabili, nucleare e gas con sistemi di cattura della CO₂.
Ciò significa che il nucleare non eliminerebbe la dipendenza italiana dal gas.
Anche nel migliore degli scenari prospettati dal Governo, il gas rimarrebbe una componente fondamentale del sistema energetico nazionale per garantire flessibilità e copertura dei picchi di domanda.
La promessa di una piena indipendenza energetica appare quindi difficilmente realizzabile. L'Italia potrebbe ridurre la propria esposizione alle importazioni di combustibili fossili, ma non eliminarla.
Una strategia che guarda al 2050 ma non risolve i problemi dei prossimi vent'anni
Il disegno di legge rappresenta senza dubbio un cambio di paradigma nella politica energetica italiana. Tuttavia la sua principale debolezza è temporale.
I problemi energetici che l'Italia deve affrontare riguardano soprattutto il periodo compreso tra oggi e il 2040. Proprio in questa finestra temporale il contributo del nuovo nucleare è praticamente nullo.
Le centrali di quarta generazione non sono disponibili. Gli SMR non sono ancora commerciali. I siti non sono individuati. Le autorizzazioni non esistono. Le competenze industriali devono essere ricostruite quasi da zero.
Nel frattempo il Paese continuerà a basarsi principalmente su gas e rinnovabili, con quest'ultime che sono state finora ostacolate da Meloni e i suoi ministri... per seguire le indicazioni del "vate" Trump, il cui sviluppo cerca di ostacolare privilegiando esclusivamente le fonti fossili.
Più che una risposta immediata alla crisi energetica, il progetto del Governo appare quindi come una specie di dispetto nei confronti di chi vuole investire nelle rinnovabili... un dispetto che, ovviamente, pagheranno gli italiani.
Fonte: documenti.camera.it/leg19/pdl/pdf/leg.19.pdl.camera.2669.19PDL0168220.pdf


