C’è voluta la sonora bocciatura alle urne perché Giorgia Meloni si accorgesse, improvvisamente, dell’“inopportunità” politica, etica e morale di tenere in piedi figure come Delmastro, Bartolozzi e Santanché. Un miracolo, verrebbe da dire. Un’illuminazione arrivata non dopo mesi di polemiche, scandali e imbarazzi istituzionali, ma solo dopo che milioni di italiani le hanno presentato il conto.

Per mesi, quelle stesse figure non erano un problema. Per mesi, ogni critica veniva respinta come attacco politico. Poi, nel giro di ventiquattr’ore, la conversione. Non per convinzione, ma per necessità. Non per senso dello Stato, ma per sopravvivenza politica.

E allora la domanda è inevitabile: basta davvero questo per archiviare la crisi? La risposta è no.


Se Meloni pensa che sacrificare qualche nome basti a rimettere in carreggiata il governo, sbaglia. Perché il problema  è la linea politica.

Riassunta in due parole, la linea politica della premier è stata semplice: compiacere chi comanda... non gli elettori, ma i centri di potere economico e finanziario. Risultato? Banche, speculatori, multinazionali, grandi produttori di energia... si sono rafforzati, consentendo a Meloni di vendere il benessere di pochi come il benessere del Paese, per ottenere il placet - puntualmente ottenuto - dai revisori del debito pubblico italiano, che ha consentito l'abbassamento dello spread. E come Meloni ha utilizzato i minori interessi pagati sui titoli del debito pubblico? Per abbassare la soglia deficit/Pil già da quest'anno, per avere poi da Bruxelles il via libera per fare ulteriore debito per comprare armi dall'America in modo da poter dimostrare al padrone Trump che lei aveva iniziato a portare la spesa pubblica dell'Italia dedicata alle armi al 5% del Pil. Tra l'altro, fallendo pure la missione, visto che non ci e riuscita!

E tutto questo che cosa ha portato? Ad un Paese che non ha una visione, che non immagina il suo futuro e che, pertanto non ha una strategia per favorire investimenti e ricchezza... così le imprese vivacchiano e le famiglie arrancano

Infatti, tutte le promesse fatte da Meloni al "popolo" sono state non solo disattes, ma addirittura ribaltate, con le accise sui carburanti che sono aumentate, con le pensioni restano ferme, con l’età pensionabile che si è innalzata, con gli stipendi che continuano a essere tra i più bassi d’Europa, con il costo della vita sempre più insostenibile.

Altro che cambiamento: è stato un rovesciamento delle promesse elettorali.


Altro capitolo emblematico è quello del PNRR. Dovevano arrivare servizi, infrastrutture, sviluppo. Invece restano ritardi e occasioni mancate. Gli asili nido? Ridotti, con il dubbio che i pochi in costruzione possano arrivare a termine entro la data prevista. Le rinnovabili? Una leva fondamentale per ridurre il costo dell’energia, rimasta completamente inutilizzata, mentre l’Italia continua a pagare luce e gas molto più di altri Paesi europei, con un impatto diretto su famiglie e imprese.

E che dire della sanità! Anche qui Meloni ha giocato con i numeri, vantandosi di aumenti di spesa in valore assoluto, evitando accuratamente il confronto con il rapporto percentuale sul PIL (come invece ha fatto per la spesa militare!). Tradotto: più soldi sulla carta, ma meno peso reale nel sistema. Con il risultato che i cittadini continuano a scontrarsi con liste d’attesa infinite, carenza di personale e servizi che arretrano.


La verità è semplice e scomoda: le teste di Delmastro, Bartolozzi e Santanché non bastano. Non sono né una soluzione né un cambio di rotta. Sono, al massimo, un tentativo di contenere i danni. Il punto è politico. Ed è tutto ancora lì.

Dopo il referendum, milioni di italiani hanno mandato un messaggio chiaro: così non va. Non basta cambiare qualche nome, serve cambiare direzione. Perché la fiducia non si recupera con un colpo di scena. Si ricostruisce con scelte coerenti, con politiche che rispondano davvero ai bisogni del Paese.

Adesso servono risposte vere... ma arriveranno?