Ancora una volta la distanza tra la retorica della “legalità” sbandierata dalla destra e la realtà dei fatti rischia di diventare imbarazzante. E questa volta il nodo è particolarmente delicato: riguarda il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove e presunti legami, diretti o indiretti, con ambienti che ruotano attorno a figure condannate per reati di mafia.
A sollevare il caso sono i componenti del Partito Democratico in Commissione Antimafia – Walter Verini, Giuseppe Provenzano, Enza Rando, Debora Serracchiani, Valentina Ghio, Anthony Barbagallo, Franco Mirabelli e Valeria Valente – che chiedono alla presidente Chiara Colosimo di acquisire immediatamente gli atti e fare piena luce su una vicenda che definiscono “grave e inquietante”.
Secondo quanto emerso da notizie di stampa, esponenti piemontesi di Fratelli d’Italia, attivi nell’area biellese e tra cui lo stesso Delmastro, avrebbero partecipato a una società che intratteneva rapporti con membri della famiglia romana Caroccia.
Un nome, in particolare, pesa come un macigno: Mauro Caroccia, condannato in via definitiva dalla Cassazione per reati gravi aggravati dal metodo mafioso. Non solo. Lo stesso sarebbe stato in stretto contatto con esponenti del clan Senese, una delle organizzazioni criminali più radicate e pericolose nell’area romana.
A rendere il quadro ancora più inquietante è un dettaglio tutt’altro che secondario: la società riconducibile anche a Delmastro avrebbe eletto domicilio romano proprio presso un locale dei Caroccia.
Un intreccio che, se confermato, solleva interrogativi pesantissimi, soprattutto perché coinvolge un rappresentante del Ministero della Giustizia, cioè di quell’istituzione che dovrebbe essere in prima linea nel contrasto alle mafie.
Da qui la richiesta formale: accendere un faro della Commissione Antimafia sulla vicenda, acquisire gli atti e procedere con l’audizione dello stesso Delmastro.
Non è solo una questione politica, ma istituzionale. Perché – sottolineano i parlamentari del PD – la permanenza del sottosegretario “in un ruolo così delicato” appare ormai “ancora più inaccettabile”.
Il punto, però, è più ampio. Non è la prima volta che Delmastro finisce al centro di polemiche. Il suo nome è già comparso in vicende controverse legate alla gestione di informazioni sensibili e ai rapporti con il sistema carcerario, alimentando dubbi sull’opportunità della sua permanenza al Ministero.
Ora emerge un ulteriore elemento: il rischio di contiguità – anche solo indiretta – con ambienti della criminalità. E questo mentre la maggioranza continua a usare il tema della sicurezza e della lotta alla criminalità come pilastro della propria propaganda.
È qui che la contraddizione diventa evidente. Da un lato, un governo che invoca tolleranza zero, inasprimento delle pene e attacco alla magistratura quando non allineata. Dall’altro, casi che mostrano una sorprendente leggerezza – se non peggio – nella selezione della propria classe dirigente.
Il problema non è solo giudiziario, ma politico e culturale: si può davvero pretendere credibilità nella lotta alle mafie quando emergono ombre così pesanti proprio nei ranghi di chi governa?
Per ora, dal governo e da Fratelli d’Italia non sono arrivate spiegazioni convincenti. E il silenzio, in questi casi, non aiuta. Anzi, alimenta il sospetto che si stia cercando di minimizzare una vicenda che meriterebbe invece la massima trasparenza.
Perché qui non si tratta di polemica politica, ma di fiducia nelle istituzioni.
E quando il sospetto riguarda chi siede al Ministero della Giustizia, il problema non è più solo di opportunità: diventa una questione democratica.


