Meloni festeggia la durata del suo governo come un successo per l'Italia
La premier rivendica la longevità dell’esecutivo come se la presunta stabilità fosse sinonimo di successo, ma tra promesse disattese, crescita fragile e tensioni internazionali, il bilancio resta estremamente negativo.
“Non lo vivo come un traguardo da festeggiare, ma come una responsabilità ancora più forte verso gli italiani”.
Con queste parole, che nacondono purtroppo una sorta di minaccia per chi viva in questo Paese, Giorgia Meloni celebra il fatto che il suo esecutivo sia diventato il secondo più longevo della storia repubblicana. Un dato politico indiscutibile, ma che apre una domanda inevitabile: la durata è davvero sinonimo di efficacia? Perché mentre il governo raggiunge un nuovo record, una parte crescente del Paese continua a non vedere risultati concreti proporzionati alle aspettative generate in campagna elettorale.
La narrazione della stabilità è ormai l'unico pilastro su cui Palazzo Chigi cerca di costruire la comunicazione degli ultimi mesi che lo dividono dalle prossime politiche. Dopo anni di esecutivi brevi e spesso litigiosi, la continuità viene presentata come un valore in sé, quasi una garanzia automatica di buona amministrazione. Tuttavia, osservando i principali dossier economici e sociali, il quadro è tutt'altro che roseo.
Sul fronte del lavoro, i numeri sull’occupazione mostrano dinamiche contraddittorie: da un lato una crescita complessiva degli occupati, dall’altro una persistente fragilità qualitativa, con salari stagnanti e precarietà ancora diffusa. La promessa di un deciso aumento del potere d’acquisto si è scontrata con un’inflazione che, pur rallentando, ha eroso redditi e risparmi, soprattutto tra le fasce più deboli.
Anche sul piano fiscale, il taglio del cuneo contributivo – più volte rivendicato dall’esecutivo – si è rivelato una misura, a causa del fiscal drag, incapace di incidere strutturalmente sul sistema. La riforma complessiva del fisco, annunciata come uno dei cardini del programma, procede a rilento e senza quella svolta radicale promessa agli elettori.
In politica estera, il governo ha cercato di mantenere una linea di equilibrio tra alleanze tradizionali e nuove tensioni globali. Ma proprio questo contesto internazionale, segnato da conflitti e instabilità energetica, ha reso evidente quanto l’Italia resti esposta e con margini limitati di manovra. La retorica dell’“interesse nazionale” si confronta quotidianamente con vincoli europei e dinamiche geopolitiche che ne ridimensionano qualsiasi credibilità (dal caso Almasri all'amicizia con Trump e Netanyahu).
E poi c’è il tema, sempre più centrale, della comunicazione. Il rapporto tra governo e sistema mediatico è finito più volte al centro del dibattito pubblico, con accuse di squilibrio e gestione selettiva dell’informazione. Un terreno scivoloso, perché in una democrazia la percezione del pluralismo conta quanto le politiche adottate.
“Durare non significa governare meglio, significa solo resistere più a lungo” è una delle frasi che circolano negli ambienti critici verso l’esecutivo. E in effetti la tenuta politica, pur significativa, non basta da sola a certificare il successo di un’azione di governo.
Le implicazioni di questa fase sono tutt’altro che marginali. Da un lato, la stabilità garantisce all’Italia una maggiore credibilità sui mercati e nelle istituzioni europee, evitando quelle turbolenze che in passato hanno inciso sul costo del debito pubblico. Dall’altro, però, la longevità è diventata un alibi per rinviare decisioni strutturali, trasformando la gestione ordinaria in una forma di immobilismo mascherato.
Chi ci guadagna, in questo scenario, è certamente l’esecutivo stesso, che consolida il proprio peso politico e rafforza la leadership interna. Ma chi ci perde è quella parte di società che attende riforme incisive su salari, welfare e servizi pubblici.
La longevità, da sola, non è una risposta. È semmai una domanda aperta: che cosa è stato fatto, davvero, nel tempo guadagnato? Perché se la politica si limita a celebrare la propria resistenza, rischia di dimenticare il suo compito principale: cambiare le cose. Percché più di quanto un governo dura, conta quanto incide.