Nel dibattito pubblico odierno, soprattutto in relazione alle recenti dichiarazioni contraddittorie di Donald Trump ulteriormente peggiorate in relazione al conflitto con l'Iran, emerge una domanda tanto brutale quanto inevitabile: siamo di fronte a una strategia comunicativa deliberata o a una forma di disordine cognitivo che, nel linguaggio comune, verrebbe liquidata come “demenza”?

Per provare a rispondere, conviene partire proprio dal significato della parola.


Il significato di “demenza” secondo Treccani

La Treccani definisce la demenza come una “grave alterazione delle facoltà psichiche, caratterizzata da decadimento delle capacità intellettive, della memoria e della capacità di giudizio”. In senso figurato, il termine viene usato per indicare comportamenti “assurdi, irrazionali, privi di logica”.

Già qui emerge un primo nodo: l'uso politico del termine è quasi sempre improprio. Attribuire una patologia mentale richiede evidenze cliniche, non impressioni mediatiche o giudizi polemici. Ma il senso figurato — quello dell'irrazionalità apparente — è invece pienamente dentro il campo del dibattito politico.


Contraddizione come cifra stilistica

Nel caso di Trump, la contraddizione non è episodica: è sistemica. Dichiarazioni che si smentiscono nel giro di poche ore — soprattutto su dossier delicati come la guerra o la politica estera — sembrano sfidare il principio aristotelico di non contraddizione. Eppure proprio questa apparente incoerenza è diventata, per molti analisti, una cifra stilistica.

Non è un caso che alcuni osservatori abbiano parlato di “strategia del caos controllato”: dire tutto e il contrario di tutto consente di occupare ogni spazio del discorso pubblico, disorientare gli avversari e mantenere il controllo dell'agenda mediatica.

In questo senso, Trump non sarebbe “irrazionale”, ma iper-razionale rispetto a un obiettivo preciso: dominare il ciclo delle notizie.


Strategia o disordine?

Qui si apre il vero nodo teorico. Se un comportamento appare illogico ma produce risultati politici — consenso, visibilità, polarizzazione — possiamo ancora definire “demente” chi ne è responsabile?

Nietzsche scriveva che “non esistono fatti, ma solo interpretazioni”. Applicato alla comunicazione politica, questo significa che ciò che appare incoerente a un osservatore può essere perfettamente funzionale a un altro livello.

Allo stesso modo, Machiavelli ricordava che il principe deve saper “simulare e dissimulare”. La coerenza, nella politica, non è necessariamente una virtù: può diventare un vincolo.


Il rischio della patologizzazione

Definire un leader politico “demente” può essere un insulto, ma anche un errore analitico. Significa rinunciare a comprendere il fenomeno, riducendolo a una caricatura.

Se Trump fosse davvero privo di capacità di giudizio, difficilmente sarebbe riuscito a conquistare e mantenere una base elettorale così ampia e fedele. Il consenso, per quanto divisivo, è un dato politico che non può essere liquidato con una diagnosi sommaria.

Inoltre, la patologizzazione del dissenso — cioè l'idea che chi agisce in modo radicalmente diverso sia “malato” — è un meccanismo antico, spesso usato per evitare il confronto nel merito.


Il problema vero: la qualità del discorso pubblico

Il punto, semmai, è un altro: cosa succede quando la comunicazione politica si sgancia dalla coerenza e dalla verificabilità?

In un contesto del genere, il rischio non è tanto la “demenza” del leader, quanto l'erosione del linguaggio pubblico. Se ogni affermazione può essere smentita poche ore dopo senza conseguenze, viene meno il presupposto stesso del dibattito democratico: la responsabilità delle parole.

Qui la questione si fa sistemica. Non riguarda solo Trump, ma un modello di comunicazione politica che premia l'impatto immediato rispetto alla coerenza nel tempo.


Riassumendo

Chiamare Trump “demente” può avere una funzione polemica, ma non aiuta a capire. Più utile — e più scomodo — è riconoscere che ciò che appare contraddittorio può essere, almeno in parte, una strategia efficace.

Il vero interrogativo, allora, non è se Trump sia razionale o meno. È se un sistema politico e mediatico che premia l'incoerenza spettacolare sia ancora in grado di sostenere un dibattito pubblico fondato su responsabilità, verità e continuità.

Perché, in ultima analisi, il problema non è solo chi parla. È anche chi ascolta — e il contesto che rende certe parole possibili, e perfino vincenti.

Quindi, dobbiamo domandarci non tanto se Trump sia un demente, ma soprattutto se lo siano gli americani che lo hanno eletto e che ancora lo voterebbero.