Stipendi troppo bassi, insufficienti a riempire il carrello della spesa, a pagare le bollette e ad assicurare una pensione dignitosa per mezzo del sistema contributivo. Età pensionabile alzata fino a 70 anni, pensioni che non garantiscono più una vecchiaia serena e dignitosa, giovani che lasciano l'Italia in cerca di un futuro migliore, una popolazione che invecchia e che non fa più figli, e un governo che pensa solo ai vincoli di bilancio, a tenere in ordine i conti pubblici, sacrificando sull'altare dell'austerity il futuro dei nostri ragazzi, delle nostre imprese e dei nostri anziani.

Ma c’è un momento in cui i numeri smettono di essere statistiche e diventano vita quotidiana. È quando lo stipendio non basta ad arrivare a fine mese, quando l’idea di una pensione dignitosa somiglia più a un miraggio che a un diritto costituzionale. È in quel momento che il racconto trionfale del governo Meloni - fatto di numeri, grafici, percentuali e spot elettorali - si incrina e mostra la sua crepa più profonda: quella umana.

Dopo oltre tre anni di governo, l’esecutivo rivendica con orgoglio un milione di “nuovi” posti di lavoro e conti pubblici sotto controllo. Ma dietro questa narrazione rassicurante si nasconde una realtà molto meno solida. Perché il lavoro creato è spesso povero, precario, malpagato. E i conti tornano solo perché a pagare il prezzo sono sempre gli stessi: lavoratori, giovani, pensionati.

L’Italia è un Paese che lavora di più e guadagna meno, che va in pensione sempre più tardi e vive la vecchiaia con sempre meno certezze. L’età pensionabile si spinge verso i 70 anni, ma le pensioni non garantiscono più una vita serena. I giovani, intanto, fanno le valigie in cerca di un futuro che qui sembra sistematicamente rinviato. La popolazione invecchia, nascono sempre meno bambini, le culle sono vuote, e il governo continua a ripetere che la priorità è tenere in ordine i conti, rispettare i vincoli di bilancio, non “sforare”. Come se l'Italia e gli italiani fossero un foglio Excel e non una comunità.

Il mercato del lavoro italiano è perfettamente coerente con il modello di società che ha costruito negli ultimi decenni. Trattiene sul posto di lavoro chi è già dentro da decenni, e chiede ai giovani di aspettate. Aspettate una casa, una famiglia, una stabilità. Aspettate, mentre tutto viene rinviato, tranne una decisione cruciale: restare o andare via. Molti hanno già scelto e se ne vanno: tra il 2011 e il 2024 sono partiti circa 630.000 giovani under 35, rappresentando un'emorragia di capitale umano significativo per il Paese, con un valore stimato in 160 miliardi di euro!

I dati parlano chiaro. In vent’anni gli occupati tra i 15 e i 49 anni sono diminuiti, mentre quelli tra i 50 e i 64 sono raddoppiati. Non è una guerra generazionale, ci dicono. Ed è vero. È qualcosa di più sottile e più spietato: una redistribuzione selettiva delle opportunità, che mette al sicuro chi ha già avuto e lascia in sospeso chi dovrebbe costruire il futuro.

Per anni la politica ha raccontato una favola rassicurante: se mandiamo prima in pensione gli anziani, entreranno i giovani. Una staffetta naturale, quasi automatica. La legge Fornero doveva essere cancellata, superata, archiviata. Invece è diventata il pilastro portante dell’attuale sistema. Oggi viene persino rivendicata come una delle ragioni dell’aumento dell’occupazione. Si lavora più a lungo, si va in pensione sempre più tardi, e i conti tornano. Sulla carta.

Fuori dai grafici, però, la realtà è ostinata. L’occupazione giovanile è ferma al 19,7%, uno dei dati peggiori d’Europa. Peggio di noi solo la Grecia, che almeno può appellarsi a una bancarotta e a un decennio di austerità imposta dall’esterno. L’Italia, invece, continua a definirsi virtuosa, responsabile, rigorosa. Ma virtuosa per chi?

I salari sono bassi, spesso insufficienti a garantire una vita autonoma. Le carriere sono spezzate, intermittenti, segnate da contratti precari che impediscono qualsiasi progetto di lungo periodo. Le pensioni future, calcolate su contributi discontinui e stipendi miseri, non promettono una vecchiaia dignitosa. E intanto si chiede ai giovani di essere flessibili, resilienti. Come se la precarietà fosse un difetto caratteriale e non il prodotto di scelte politiche precise.

Il sistema, in realtà, è progettato per non rischiare. Protegge l’esistente, anche quando è inefficiente, e scoraggia l’ingresso di nuove energie. La pubblica amministrazione invecchia senza ricambio, la ricerca sopravvive a fatica, le imprese innovano poco perché mancano investimenti e fiducia nel futuro. Il messaggio è chiaro: puoi aspettare. Puoi rimandare tutto. La casa, i figli, una vita stabile. L’unica cosa che non puoi rimandare è la decisione se restare o andare via da questo Paese.

E così se ne vanno. Duecentomila giovani in un solo anno hanno lasciato l’Italia. Li chiamiamo “cervelli in fuga”, come se fosse una scelta romantica, quasi un’avventura. Ma non c’è nulla di romantico in una fuga obbligata. È una scelta razionale davanti a un Paese che non investe, non paga, non riconosce.

Poi ci stupiamo se non nascono bambini, se la popolazione invecchia, se il sistema pensionistico scricchiola, se mancano insegnanti, medici, ingegneri, funzionari. Ci chiediamo perché il futuro sembri sempre più cupo. Ma la risposta è sotto gli occhi di tutti: abbiamo sacrificato il domani sull’altare dei conti di oggi. Abbiamo confuso il rigore contabile con la giustizia sociale, l’austerità con la responsabilità.

Non è una guerra generazionale. È una scelta politica e culturale che ha deciso chi può stare tranquillo e chi deve aspettare. Ma un Paese che chiede a un’intera generazione di vivere 'sospesa' non è un Paese prudente. È un Paese che si sta lentamente spegnendo. Un Paese che si sta svuotando delle sue migliori energie e che rischia, alla fine, di ritrovarsi con i conti in ordine e senza futuro.