Quando l’euro arrivò nelle tasche degli italiani, all’inizio del 2002, l’Italia visse uno dei passaggi economici e culturali più significativi della sua storia repubblicana. Eppure, quel passaggio avvenne in un clima di sorprendente inconsapevolezza collettiva. La responsabilità? Non dell’Europa, come spesso si è ripetuto negli anni successivi, ma di chi allora governava e non seppe – o non volle – spiegare ai cittadini che cosa stesse realmente accadendo.
Molti italiani erano convinti che l’euro sarebbe stato semplicemente una “lira che cambiava nome”, un maquillage monetario. La verità era ben diversa: stavamo adottando, di fatto, la solidità del marco tedesco. Una moneta forte, stabilissima, refrattaria alle svalutazioni. E proprio lì si nascondeva la svolta epocale che non fu mai raccontata fino in fondo: era la fine delle “svalutazioni competitive”, quella droga economica che per decenni aveva consentito all’Italia di essere un Paese esportatore pur mantenendo una lira debole e flessibile. Un escamotage che permetteva di compensare, attraverso la svalutazione, problemi strutturali mai affrontati davvero.
Nel passaggio all’euro, invece, ognuno si comportò come se nulla fosse cambiato. I negozi e i supermercati arrotondarono i prezzi, talvolta raddoppiandoli. Molte amministrazioni pubbliche fecero lo stesso: parcheggi, biglietti dei mezzi, tariffe locali. Una sorta di festa della furbizia nazionale, vissuta nell’illusione che tutto si sarebbe riassestato da sé, come sempre. Ma questa volta non sarebbe successo.
Gli italiani, dal canto loro, non compresero l’impatto di avere in tasca una moneta forte. Non reagirono agli aumenti e nemmeno al fatto ancora più drammatico che l'euro dimezzò stipendi, pensioni e risparmi, accettarono il 'pacco' passivamente, convinti che gli stipendi avrebbero seguito la stessa dinamica. Dopotutto, era ciò che era sempre accaduto con la lira. Solo che l’euro non era la lira, e tantomeno una lira mascherata. Era un’altra cosa: era un patto, una disciplina monetaria, una promessa di stabilità che però esigeva responsabilità.
Quando la gente iniziò davvero a capire, era troppo tardi. I prezzi, partiti da basi già raddoppiate, iniziarono a crescere di anno in anno secondo percentuali normali… ma applicate su valori anomali e gli stipendi a stagnare fino a diventare i più bassi di tutta Europa! E quella spirale azzerò il ceto medio confinandolo sulla soglia della povertà e rese molte aziende italiane improvvisamente non competitive, incapaci di sostenere il nuovo livello dei costi interni rispetto ai concorrenti europei.
Un errore politico pesante contribuì a questo corto circuito: la mancata attuazione dei comitati provinciali di controllo dei prezzi, previsti per accompagnare la transizione. Se fossero stati istituiti e operativi, avrebbero potuto frenare almeno l’ondata iniziale degli arrotondamenti selvaggi, impedendo che il solito riflesso furbesco si trasformasse in una distorsione duratura dell’economia nazionale.
La verità è che l’euro non ci ha traditi. E' stata la governance, la classe dirigente del paese a tradire l’euro e gli italiani. Non perché non fosse la moneta giusta, ma perché l’abbiamo accolta come se nulla dovesse cambiare. Perché abbiamo pensato che una moneta forte potesse convivere con le vecchie abitudini di un Paese strutturalmente fragile. Perché abbiamo preferito attribuire la colpa “a Bruxelles” invece di guardare ai nostri difetti storici: disinformazione, improvvisazione, mancanza di vigilanza, rifiuto di assumersi responsabilità collettive.
A vent’anni di distanza, questa lezione resta più attuale che mai. L’Europa non è un capro espiatorio utile per tutte le stagioni: è uno specchio. E spesso quello che vi vediamo riflesso non è la rigidità altrui, ma i nostri limiti irrisolti. Solo riconoscendoli potremo finalmente imparare a convivere, davvero, con una moneta forte. E con un’Europa che, piaccia o no, ci chiede semplicemente ciò che dovremmo chiedere a noi stessi.


