Scordatevi la difesa con le armi "made in Europe". Questo il messaggio arrivato a Bruxelles da Donald Trump: un messaggio che ha il tono della minaccia, non del consiglio. Proprio mentre l'Unione europea aveva faticosamente trovato un compromesso sul principio del "Buy European", immediatamente dagli Stati Uniti è partita una nota che ha il valore di un altolà: niente chiusure all'America, niente autonomia strategica, niente filiere troppo europee.
Il punto è semplice. Nei programmi finanziati da Bruxelles – dal fondo Safe da 150 miliardi inserito nel piano RearmEurope all'Edip sugli appalti congiunti – l'idea è che almeno il 65% delle componenti sia prodotto nell'Ue, lasciando ai Paesi extra Ue solo il 35%. Non è autarchia, ma un minimo di razionalità industriale per non dipendere sempre da altri quando si parla di difesa.
Per far passare il principio, la Francia ha dovuto spingere parecchio, affrontando le resistenze di Germania, Polonia e Italia. Paesi le cui industrie militari sono, in misura diversa, legate a fornitori extra-Ue, spesso americani. Non è un mistero: molta tecnologia, molti sistemi, molte componenti arrivano da oltre Atlantico. Cambiare rotta significa toccare interessi consolidati.
E qui entrano in scena gli Stati Uniti. In una comunicazione datata 13 febbraio e inviata alla Commissione, il Dipartimento di Stato e quello della Difesa, anzi della Guerra, contestano apertamente l'ipotesi di inserire la clausola "Buy European" nella revisione della direttiva del 2009 su appalti e sicurezza. Secondo Washington, una simile scelta "comprometterebbe il riarmo" e indebolirebbe interoperabilità e prontezza della Nato. Tradotto: se comprate più europeo, fate un torto all'Alleanza. Un inutile capolavoro retorico per salvare la faccia.
Il riferimento è anche alla dichiarazione congiunta Usa-Ue sul commercio del 2025, siglata all'indomani dell'intesa sui dazi tra Ursula von der Leyen e Trump in Scozia. Un documento politico, non un trattato vincolante, ma sufficiente a essere brandito come clava diplomatica. Nel frattempo, proprio quei dazi sono stati bocciati dalla Corte Suprema degli Stati Uniti. Segno che la linea muscolare della Casa Bianca non è neppure così inattaccabile in patria.
La realtà è che la produzione militare europea resta intrecciata a doppio filo con quella americana. Vale per le forniture all'Ucraina attraverso strumenti comuni di acquisto, vale per l'aumento delle spese militari imposto dalla NATO.
Adesso, però, l'obiettivo del 5% del Pil nazionale per la difesa, spinto per compiacere Trump, rischia di trasformarsi in un gigantesco trasferimento di risorse pubbliche verso l'industria bellica, con una fetta significativa destinata proprio agli Stati Uniti.
Il commissario Ue all'Industria Stéphane Séjourné, indicato dall'Eliseo, ha presentato un piano per rafforzare l'impresa europea nel settore strategico. La Francia, insieme alla Spagna, chiede anche regole più stringenti nel digitale, terreno oggi dominato dalle Big Tech americane. L'obiettivo è chiaro: meno sudditanza, più sovranità.
E l'Italia? Il governo di Giorgia Meloni continua a mostrarsi allineato senza esitazioni alla linea trumpiana. Nessuna spinta vera per un'industria europea autonoma, nessuna battaglia per riequilibrare i rapporti transatlantici. Solo prudenza, quando non entusiasmo, per un modello che ci vuole mercato di sbocco più che partner alla pari.
Il paradosso è evidente: si parla di “difesa europea”, ma quando l'Europa prova a costruirla davvero, arrivano le pressioni per tenerla agganciata agli interessi industriali e strategici americani. E c'è chi, invece di rivendicare un margine di autonomia, preferisce accodarsi.
La scelta, in fondo, è politica. O l'Unione diventa un soggetto capace di decidere come e dove investire le proprie risorse strategiche, oppure resterà un grande cliente fedele. Con buona pace di ogni retorica sulla sovranità nazionale!


