Fino al 20% in più in busta paga per medici e infermieri delle aree di frontiera: in gioco non c’è solo il personale, ma la tenuta stessa del servizio sanitario locale
Per anni si è fatto finta di non vedere. Da una parte il sistema sanitario lombardo, soprattutto nelle province di confine, alle prese con carenze croniche di personale, turni sempre più gravosi e una difficoltà crescente nel coprire organici essenziali. Dall’altra, a pochi chilometri di distanza, la Svizzera: stipendi più alti, migliori condizioni contrattuali, maggiore attrattività professionale. Il risultato è stato inevitabile: un progressivo svuotamento di competenze, con medici e infermieri che hanno scelto di oltrepassare il confine.

Ora la Lombardia prova a invertire la rotta.

Nei prossimi mesi entrerà infatti in vigore la misura prevista dalla legge statale 213 del 2023 (articolo 1, comma 238), che consente alle Regioni di incrementare fino al 20% la retribuzione del personale sanitario impiegato nelle aree di confine con la Svizzera. Un intervento che, nelle intenzioni di Palazzo Lombardia, dovrebbe diventare operativo entro settembre.

L’obiettivo è chiaro: rendere meno conveniente lasciare il servizio sanitario italiano.

L’assessore regionale agli Enti locali e Montagna, Massimo Sertori, lo ha spiegato senza giri di parole durante l’audizione in VIII Commissione del Consiglio regionale: la misura serve a “trattenere sul territorio gli operatori sanitari, scongiurandone il trasferimento in Svizzera”. È una presa d’atto politica prima ancora che amministrativa: la concorrenza salariale esiste, pesa e non può più essere ignorata.

I numeri aiutano a capire la portata dell’intervento. L’incremento previsto equivale a circa 10 mila euro lordi annui in più per i medici e 5.400 euro lordi per gli infermieri. Una cifra significativa, che non azzera il divario con il mercato elvetico, ma rappresenta un segnale concreto verso categorie professionali che da tempo chiedono riconoscimento economico e condizioni di lavoro più sostenibili.

Secondo le stime illustrate da Mario Melazzini, direttore generale del Welfare regionale, saranno circa 7 mila gli operatori sanitari coinvolti, per un investimento complessivo attorno ai 45 milioni di euro.

Resta centrale il nodo delle coperture. La legge nazionale prevede che le risorse arrivino attraverso un contributo tra il 3% e il 6% dello stipendio netto versato dai cosiddetti “vecchi frontalieri”. La Lombardia ha scelto la soglia minima del 3%: in termini concreti, su uno stipendio netto mensile di 4 mila euro, il contributo sarà di 120 euro al mese. Una scelta calibrata per garantire sostenibilità finanziaria senza appesantire oltre misura il carico contributivo.

Ma il punto politico è un altro: questa misura non è un privilegio, è una difesa necessaria di un presidio pubblico.

Perché quando un ospedale di frontiera perde specialisti, non perde soltanto personale: perde capacità di cura, riduce servizi, allunga liste d’attesa, indebolisce un territorio intero. E nelle aree montane o periferiche, dove sostituire un professionista è spesso difficile, ogni uscita pesa doppio.

L’aumento salariale, da solo, non basterà. Serviranno organizzazione, investimenti strutturali, valorizzazione professionale e una strategia sanitaria che guardi oltre l’emergenza. Ma è un primo passo realistico, finalmente agganciato alla realtà.

Per troppo tempo la sanità di confine ha giocato una partita impari. Ora, almeno sul terreno economico, la Lombardia prova a rimettere il pallone al centro.