C’è un paradosso grande come una casa nella Manovra 2026: il Governo annuncia di voler “mettere mano” al sistema previdenziale, ma poi si limita a lisciarlo con i guanti bianchi. Il tanto sbandierato blocco dell’aumento dell’età pensionabile, che scatterà nel 2027 con il passaggio da 67 a 67 anni e 3 mesi, rischia di essere l’ennesimo esercizio di propaganda. La Legge Fornero, con il suo automatismo lettale legato alla speranza di vita, resta lì, intatta, immutabile, intoccabile.
È la montagna che, ancora una volta, partorisce il topolino.
Il problema, come sempre, sono i soldi. Riportare l'età pensionabile a 65 anni, come era prima della Fornero, non se ne parla neppure lontanamente, come pure di bloccare per tutti l’aumento di 3 mesi dell'età pensionabile fissata a 67 anni, che costerebbe circa 3 miliardi di euro, una cifra che il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha già bollato come “insostenibile”.
Da qui la soluzione più comoda dei 'pannicelli caldi': la sterilizzazione graduale, un modo furbo per dire che l’aumento ci sarà comunque, ma diluito: un mese in più ogni anno. Il Governo potrà così raccontare di aver fatto qualcosa per i lavoratori, ma la realtà è ben più prosaica: si tratta di una misura cosmetica, pensata per contenere i costi e guadagnare tempo.
Il blocco, infatti, non riguarderà tutti, ma solo una ristretta cerchia di fortunati che nel 2027 avrà già compiuto 64 anni. Gli altri, cioè la maggioranza, dovranno fare i conti con l’aumento pieno dei requisiti. È la solita logica selettiva che divide, anziché unire: una pensione “a geometria variabile”, dove la data di nascita o la categoria contrattuale possono fare la differenza tra uscire o restare al lavoro per altri mesi o anni.
Il messaggio politico è trasparente: si cerca di dare un segnale sociale, senza scardinare nulla. Ma il risultato è un compromesso che sa di ipocrisia. Perché mentre si parla di “superamento della Fornero”, si lascia intatto il principio più contestato di quella scellerata riforma: quello dell’automatismo cieco, che misura la vita lavorativa con il metro dell’aspettativa di vita statistica, ignorando completamente la realtà della salute dei lavoratori che non regge più e delle carriere discontinue.
La verità è che la riforma delle pensioni è diventata un terreno minato su cui nessun governo vuole davvero camminare. Ogni anno si annuncia la “flessibilità in uscita”, ma si finisce per aggiustare un bullone qua e uno là, senza mai rimettere a punto il motore.
Il sistema resta rigido, iniquo, distante anni luce dal mercato del lavoro reale, dove si entra 'eretti', ma si esce in posizione 'orizzontale'!
Il blocco “per pochi” del 2027 non è una riforma: è una toppa ancora peggiore del buco! E finché non si avrà il coraggio di mettere mano al principio dell’adeguamento automatico e di costruire una pensione davvero flessibile, la Fornero continuerà a mandare al camposanto molti più lavoratori di quanti invece vorrebbero andare in pensione.
In fondo, la promessa di “superarla” è diventata il più riciclato degli slogan politici: si tira fuori a ogni vigilia elettorale, la si agita come un vessillo, e poi, puntualmente, la si rimette nel cassetto appena chiuse le urne. È un rito tutto italiano: parlare di riforme per non farle, di cambiamento per non cambiare mai nulla!
La verità è che nessuno vuole davvero disinnescare la Fornero.
La promessa dell'attuale governo di "superare la Fornero" è un nodo politico ed economico che forse verrà sciolto solo a ridosso delle urne, quando la tentazione di fare cassa elettorale e di difendere le poltrone, supererà quella, ben più impegnativa, di costruire una riforma previdenziale equa e duratura.
Perché finché la Dini/Fornero resta lì, comoda come un paravento tecnico, la politica può continuare a dire che “non ci sono alternative”. Ma intanto, il tempo e la pazienza dei lavoratori continua a scorrere.


