Politica

Meloni applaude ai rimpatri esternalizzati ed esulta per un'Europa che rinuncia ai suoi principi

Ci sono dichiarazioni che meritano di essere ascoltate con attenzione. Non perché rivelino una grande visione politica, ma perché mostrano con chiarezza il punto di arrivo di un percorso culturale e morale. Quando Giorgia Meloni, intervenendo ieri all'evento organizzato da La Verità, ha rivendicato con orgoglio il nuovo regolamento europeo sui rimpatri dichiarando di esserne «fiera» e di considerarlo il frutto di quella che definisce una "maggioranza Giorgia", ha compiuto un gesto politico che va ben oltre la propaganda.

La premier ha affermato: «Il nuovo regolamento europeo sui rimpatri cambia molto, sono fiera di questo provvedimento. Sono molto fiera che sia stato approvato con una maggioranza che viene definita "maggioranza Giorgia". In realtà è una banale maggioranza di centrodestra che va dai partiti di centrodestra fino ai partiti considerati sovranisti. Io ho detto da tempo che avrei provato ad esportare quel modello a livello europeo e mi piace che oggi questa maggioranza si materializzi spesso».

Parole che non lasciano spazio a dubbi. Meloni non si limita a sostenere il provvedimento: ne rivendica la paternità politica e ne celebra il successo come una vittoria ideologica. Eppure proprio qui emerge una contraddizione gigantesca, una frattura che attraversa tutta la narrazione della destra italiana.

Perché di che cosa stiamo parlando realmente?

Stiamo parlando di un meccanismo che consente di trasferire migranti arrivati in Europa verso Paesi terzi attraverso accordi la cui natura, le cui garanzie e i cui controlli restano tutt'altro che chiari. Persone che hanno attraversato guerre, persecuzioni, fame e disperazione possono essere allontanate e affidate ad altri Stati senza che sia realmente definito quale sarà il loro destino finale. Una sorta di esternalizzazione della responsabilità morale e politica. Un modo elegante per dire: non ce ne occupiamo più noi.

È difficile non vedere in tutto questo una profonda alterazione dei principi che hanno costituito l'Europa del dopoguerra. L'Europa dei diritti, della tutela della persona, della dignità umana come valore universale. Principi che dovrebbero valere soprattutto quando è più facile ignorarli.

Ed è qui che la retorica del governo si schianta contro la realtà.

Da anni Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Antonio Tajani si presentano come difensori delle radici cristiane dell'Europa. Parlano di identità, tradizioni, valori, civiltà occidentale. Invocano continuamente il patrimonio cristiano come fondamento culturale e morale del continente. Ma viene spontaneo porsi una domanda: dove sarebbero questi valori cristiani in un sistema che tratta esseri umani come pratiche amministrative da trasferire altrove?

Dove si trova il Vangelo in una politica che sembra preoccuparsi soprattutto di liberarsi del problema? Dove si trovano la compassione, l'accoglienza, la tutela del più debole?

L'evidenza è che il cristianesimo evocato dalla destra è in realtà un elemento decorativo, una bandiera da sventolare nelle campagne elettorali e da riporre immediatamente nell'armadio quando arriva il momento di prendere decisioni concrete.

In questo teatro politico, Giorgia Meloni appare come una versione sbiadita e caricaturale della Magnani di Mamma Roma: non la grande protagonista tragica del capolavoro pasoliniano, ma una sua imitazione grottesca che gira per il mercato della politica europea vantandosi della merce esposta sul banco. Matteo Salvini continua invece a interpretare il ruolo dell'eroe mancato del bar sport di provincia, sempre pronto a trasformare questioni umane drammatiche in slogan da comizio. Antonio Tajani, infine, sembra limitarsi a recitare la parte dello zelante esecutore, incapace di distinguere tra leadership e obbedienza ai padroni del partito (gli eredi Berlusconi), tra convinzione e conformismo.

Tutti insieme rivendicano una vittoria che, più che una soluzione, assomiglia a una fuga dalle responsabilità.

Il punto più inquietante non è neppure il contenuto del provvedimento. È il tono trionfalistico con cui viene celebrato. Come se il problema non fosse rappresentato da uomini, donne e bambini in cerca di protezione, ma dalla semplice necessità di spostarli lontano dagli occhi dell'opinione pubblica europea.

La politica dovrebbe trovare soluzioni. Non costruire meccanismi che consentano di scaricare il peso delle proprie responsabilità su altri.

Per questo la questione non riguarda soltanto la gestione dei flussi migratori. Riguarda la credibilità morale di chi governa. Riguarda la distanza crescente tra le parole e i fatti. Riguarda l'abisso che separa la continua invocazione dei "valori cristiani" dalla soddisfazione mostrata di fronte a un sistema che sembra trasformare esseri umani in oggetti da trasferimento amministrativo.

A questo punto una domanda dovrebbe risuonare forte anche nelle stanze della Conferenza Episcopale Italiana. Se davvero esistono principi non negoziabili in materia di dignità della persona, solidarietà e tutela dei più fragili, fino a che punto è possibile continuare a tollerare che essi vengano evocati da chi sostiene politiche che sembrano andare nella direzione opposta?

Forse sarebbe arrivato il momento per la CEI di intervenire con chiarezza, richiamando pubblicamente chi utilizza il linguaggio della tradizione cristiana come una semplice etichetta identitaria. Perché i simboli religiosi possono essere esibiti. I valori, invece, dovrebbero essere praticati.

E quando la distanza tra gli uni e gli altri diventa troppo grande, il rischio è che resti soltanto l'ipocrisia.

Autore Roberto Castrogiovanni
Categoria Politica
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