Angelo Bonelli (AVS):
"Siamo al caos totale. Il governo porta in Aula un decreto con norme incostituzionali, ne è consapevole, e decide comunque di approvarlo per poi correggerlo dopo con un altro decreto. È una presa in giro delle istituzioni e del Parlamento. La norma che prevede 615 euro agli avvocati solo se il migrante viene rimpatriato è incostituzionale e va ritirata. Trasforma la difesa in uno strumento dell’esecutivo, piegando un diritto fondamentale a un obiettivo politico. È una deriva illiberale che mette in discussione la libertà e l’autonomia dell’avvocato. Il governo, nonostante i rilievi evidenti e il confronto con il Quirinale, sta forzando le regole costituzionali.A questo si aggiungono i problemi di coperture su altri articoli del decreto: un provvedimento scritto male, improvvisato, senza basi giuridiche e finanziarie solide. Mentre si accanisce contro i migranti, il governo continua a nascondere il proprio fallimento sulla sicurezza reale. I reati aumentano e la risposta sono norme ingiuste, propagandistiche e incostituzionali. Questo decreto è un pasticcio totale, politico e giuridico. Va ritirato, ma la presidente Meloni ha aperto la campagna elettorale sfidando la costituzione e non garantendo la sicurezza considerate le clamorose rapine di questi giorni a Napoli e Roma". 


Anche l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (ASGI) denuncia il gravissimo attacco alla funzione dell’avvocatura e al diritto di difesa delle persone straniere contenuto nell’emendamento approvato nei giorni scorsi dalla maggioranza di Governo al Senato in sede di approvazione del DDL n. 1818: "L’emendamento n. 30.0.3000, infatti, ha introdotto l’art. 30-bis del DDL, modificando l’art. 14-ter d.lgs. 286/98 prevedendo sia la collaborazione del Consiglio Nazionale Forense (organismo nazionale di rappresentanza dell’avvocatura) nel procedimento di rimpatrio assistito della persona straniera, sia l’attribuzione di un compenso di € 615,00 all’avvocato/a che contribuisca effettivamente al rimpatrio della persona straniera (“ad esito della partenza dello straniero”).Proposta, sotto entrambi i profili, inaccettabilmente lesiva dell’autonomia e dell’indipendenza dell’avvocatura.Il collegamento di un compenso non alla attività svolta dal professionista ma al risultato (unidirezionale) raggiunto, è principio certamente lesivo dell’art. 3 legge professionale e, in ogni caso, contrario a basilari regole inerenti la prestazione d’opera intellettuale, la cui remunerazione è collegata all’attività effettivamente svolta e non al risultato conseguito.Incentivare il raggiungimento di un determinato risultato (presumibilmente in linea con i desiderata della P.A. in questa fase storica, ma non necessariamente con quelli della parte privata) in tale ambito specifico, inoltre, è particolarmente rischioso ove si consideri che le procedure di rimpatrio volontario assistito, anche qualora svolte con l’ausilio di organismi internazionali, si sono rivelate troppo spesso fallaci e non in grado di operare quella preventiva e necessaria valutazione complessiva della situazione personale e sociale del cittadino straniero volta ad escludere che, dal rimpatrio, possano derivare conseguenze pregiudizievoli sulla vita e la dignità della persona. Tanto è vero che è proprio il requisito della “volontarietà” del consenso della parte nei rimpatri che, già in passato, è stato oggetto di forti dubbi da parte di organismi internazionali di tutela dei diritti umani quale, ad esempio, l’Ufficio dell’Alto commissario delle Nazioni unite per i diritti umani (OHCHR).La gravità di una tale proposta, in ogni caso, è di palmare evidenza ove si consideri che nell’alveo della categoria delle persone straniere non (più) regolari sul territorio nazionale rientrano non solo persone che, in virtù del proprio status giuridico, sono particolarmente “precarie” e vulnerabili, ma addirittura potenziali vittime di tratta di esseri umani a scopo di sfruttamento sessuale, lavorativo o altro ancora, oltre che coloro che hanno fatto una prima richiesta di protezione internazionale con esito negativo da parte delle competenti Commissioni territoriali (ovvero di organismi incardinati nel Ministero dell’Interno e presieduti da personale del ruolo prefettizio). Anche in altre ipotesi, specialmente in vista dell’entrata in vigore del nuovo Patto Ue per l’Immigrazione e l’Asilo e delle norme in materia di minori, il rischio di un mancato o non corretto assessment del rischio di rientro nel Paese di origine della parte può solo essere amplificato dal riconoscimento all’avvocato/a di un compenso fisso da riconoscere solo “ad esito della partenza dello straniero”.Infine, altrettanto grave è che, in tale procedimento, venga direttamente coinvolto il Consiglio Nazionale Forense, che si renderebbe indirettamente partecipe della determinazione di condotte dei professionisti in potenziale, ma spesso palese, conflitto di interessi con i propri assistiti. (avv. Lorenzo Trucco, presidente Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione)
 
E nonostante tali precisazioni, la premier Meloni, dal salone del Mobile di Milano, ha rilasciato la seguente (allucinante) dichiarazione: "Sul decreto sicurezza, che io non considero un pasticcio, stiamo raccogliendo alcuni rilievi tecnici del Quirinale e degli avvocati. Trasformeremo quei rilievi in un provvedimento ad hoc perché non c’erano margini di tempo sulla conversione del decreto per correggere la norma, ma la norma rimane perché è una norma di assoluto buon senso.Francamente mi stupisce quello che ho sentito dire dalle opposizioni in questi giorni, non mi è esattamente chiara la ragione per la quale noi che riconosciamo il gratuito patrocinio all’avvocato che assiste il migrante che fa ricorso contro un decreto di espulsione, non dobbiamo invece riconoscere il lavoro di quel professionista che assiste un migrante quando volontariamente sceglie di essere rimpatriato. A me non è chiaro".

A questo punto la domanda sorge spontanea: Meloni ci è o ci fa?

La linea scelta da Giorgia Meloni non è solo politicamente discutibile: è istituzionalmente pericolosa. Perché quando un governo ammette di portare avanti norme che sa già essere problematiche, se non addirittura apertamente incostituzionali, confidando di “aggiustarle dopo”, non siamo più nel terreno della fisiologica dialettica politica, ma in quello della forzatura consapevole delle regole

Di fronte a critiche così circostanziate – che toccano l’autonomia dell’avvocatura, il diritto di difesa e il rischio concreto di conflitti d’interesse costruiti per legge – la risposta della premier appare non solo insufficiente, ma disarmante nella sua superficialità. Rivendicare come “buon senso” una norma che lega il compenso di un avvocato all’esito del rimpatrio significa ignorare principi basilari del diritto, trasformando una garanzia costituzionale in uno strumento funzionale agli obiettivi dell’esecutivo. Non è una sfumatura tecnica: è una torsione logica.

Il nodo, pertanto, non è solo il singolo emendamento, ma anche il metodo. Un metodo che normalizza l’eccezione, che accetta l’idea di comprimere diritti fondamentali purché il messaggio politico sia efficace, che preferisce la propaganda alla solidità giuridica. In questo quadro, le rassicurazioni tardive e i futuri “provvedimenti correttivi” suonano come una toppa annunciata su uno strappo voluto.

E mentre il governo rivendica fermezza, il risultato è un decreto che indebolisce proprio quelle garanzie che uno Stato di diritto dovrebbe difendere senza ambiguità. Se questa è la linea, non siamo di fronte a un incidente di percorso, ma a una scelta precisa: piegare le regole alla convenienza del momento.

Non solo il governo Meloni è un premierato di fatto, visto che il numero di decreti legge, che secondo la Costituzione dovrebbero governare solo situazioni di emergenza, è tale da essere sistemico, tanto che il Parlamento ha smesso da tempo di legiferare, limitandosi ad approvare le norme deliberate nei CdM. In sostanza, Meloni ha svilito il ruolo di Camera e Senato dove la sua maggioranza è solo una maggioranza di passacarte, deputati e senatori pagati profumatamente che,invece di rappresentare gli interessi dei collegi di appartenenza, si limitano ad approvare muti, ciechi e sordi qualsiasi norma detata dal governo.

E così approveranno anche questa porcata giuridica, nella sostanza e nella forma (al CNF è stato attribuita una funzione che per Statuto non può materialmente eseguire), come dei servi sciocchi, perché, non avendo dignità, non sono altro che dei servi sciocchi.

Ma il problema maggiore è il capo dello Stato che ha consentito che Meloni instaurasse un premierato di fatto e che, adesso, si appresterebbe - a quanto pare - a licenziare un decreto giuridicamente assurdo invece di rimandarlo alle Camere. Ma siamo sicuri di poter dire meno male che c'è Mattarella?