Guerra all'Iran, la narrativa di Netanyahu contro il diritto internazionale
Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, ieiri, ha rilasciato alla stampa estera una dichiarazione con cui vuole giustificare l'attacco all'Iran.
«Sono vivo», ha esordito, per poi rivendicare il pieno successo dell'“Operazione Leone Ruggente”, condotta insieme agli Stati Uniti. Ma dietro la retorica della sicurezza globale e della lotta a una presunta “minaccia esistenziale” si cela una narrazione che, alla luce del diritto internazionale, appare persino grottesca.
Netanyahu ha giustificato l'attacco all'Iran come necessario per eliminare minacce nucleari e missilistiche. Tuttavia, il principio cardine del diritto internazionale contemporaneo, sancito dalla Carta delle Nazioni Unite, vieta l'uso della forza salvo due eccezioni: autodifesa in caso di attacco armato in corso o autorizzazione del Consiglio di Sicurezza.
Nel caso in questione, la dottrina della “guerra preventiva” evocata implicitamente dal premier israeliano non trova riconoscimento giuridico. Colpire infrastrutture, industrie e territorio di uno Stato sovrano senza un attacco imminente verificabile configura una violazione del divieto di aggressione. L'idea di distruggere capacità future – come fabbriche o programmi nucleari – prima che diventino operative rappresenta esattamente ciò che il diritto internazionale intende evitare: l'arbitrio militare fondato su minacce potenziali.
Ancora più grave è il contenuto operativo delle dichiarazioni. Netanyahu rivendica la distruzione sistematica di infrastrutture industriali, difese aeree, marina e aviazione iraniane, catene produttive legate al nucleare e ai missili.
Se tali attacchi hanno coinvolto obiettivi civili senza rispettare i principi di proporzionalità e distinzione, si entra nel campo dei possibili crimini di guerra. Il diritto internazionale umanitario impone infatti di distinguere sempre tra obiettivi militari e civili e di evitare danni eccessivi alla popolazione.
L'aver detto «stiamo annientando la loro base industriale» non è solo una dichiarazione militare: è l'ammissione di una strategia che rischia di colpire il tessuto economico di un intero Paese, con conseguenze devastanti per la popolazione civile.
Tra gli obiettivi dichiarati compare anche la volontà di “creare le condizioni affinché il popolo iraniano possa conquistare la propria libertà”. In termini politici, è una chiara allusione al cambio di regime.
Ma il diritto internazionale vieta esplicitamente l'ingerenza negli affari interni di uno Stato sovrano. Promuovere – e soprattutto tentare di imporre con la forza – un cambiamento politico interno è considerato una violazione grave della sovranità statale.
Netanyahu costruisce una narrazione in cui Iran diventa il nemico assoluto: un “culto della morte” che minaccia l'intero mondo, dall'America all'Europa. È una strategia comunicativa ben nota: amplificare la minaccia per giustificare l'uso della forza.
Tuttavia, anche ammesso che l'Iran rappresenti un attore destabilizzante nella regione, ciò non legittima automaticamente un'azione militare unilaterale. Il diritto internazionale non consente guerre “per procura” o “per il bene dell'umanità” senza un chiaro mandato internazionale.
Il coinvolgimento diretto degli Stati Uniti rende la questione ancora più delicata. La cooperazione militare descritta da Netanyahu – intelligence, operazioni congiunte, coordinamento strategico – implica una corresponsabilità nelle eventuali violazioni.
Se l'operazione non è stata autorizzata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, anche Washington si colloca fuori dal perimetro della legalità internazionale.
Nel suo intervento, Netanyahu insiste su un punto: “stiamo vincendo”. Ma la vera domanda è a quale prezzo.
Una guerra condotta fuori dai vincoli del diritto internazionale non è solo un conflitto regionale: è un precedente pericoloso. Se ogni Stato si arrogasse il diritto di colpire preventivamente un altro in nome della sicurezza, l'intero sistema costruito dopo la Seconda guerra mondiale verrebbe svuotato.
Dietro le parole del premier israeliano non c'è solo una strategia militare, ma una visione del mondo in cui la forza sostituisce le regole. Ed è proprio questo, più ancora dei missili o del nucleare, a rappresentare la minaccia più grave per la stabilità globale.
Se, come emerso, l'operazione militare condotta da Israele insieme agli Stati Uniti rappresenta una violazione del diritto internazionale, allora la questione non è più solo militare o geopolitica. È giuridica e, soprattutto, politica. E chiama in causa direttamente la responsabilità della comunità internazionale.
Perché il punto centrale è uno: un ordine internazionale basato su regole vale solo se quelle regole vengono fatte rispettare. Anche – e soprattutto – quando a violarle sono potenze alleate dell'Occidente.
Di fronte alle dichiarazioni del premier Benjamin Netanyahu e al coinvolgimento diretto degli Stati Uniti, la reazione globale appare finora debole, frammentata, spesso ambigua.
Eppure, se venisse confermata l'assenza di un attacco/pericolo imminente da parte iraniana tale da giustificare l'autodifesa (ed è già più che appurato!), ci troveremmo di fronte a un uso della forza non autorizzato. In altre parole, a un atto di aggressione.
Il rischio è evidente: l'inerzia equivale a legittimazione. E ogni silenzio contribuisce a erodere ulteriormente il sistema di norme costruito dopo il 1945.
Gli strumenti esistono. Non mancano, almeno sulla carta.
Il primo è il ruolo delle Nazioni Unite. Il Consiglio di Sicurezza dovrebbe essere il luogo naturale per affrontare la crisi. Tuttavia, il sistema dei veti rende improbabile una condanna formale degli Stati Uniti. Ed è proprio questo stallo strutturale a rappresentare uno dei grandi limiti dell'ordine globale attuale.
Resta però l'Assemblea Generale, che può intervenire con risoluzioni politiche, anche se non vincolanti, per isolare diplomaticamente i responsabili.
Parallelamente, la Corte Penale Internazionale potrebbe essere chiamata a valutare eventuali crimini di guerra o violazioni gravi del diritto umanitario, soprattutto in relazione agli attacchi contro infrastrutture e possibili danni alla popolazione civile.
Un altro fronte è quello economico e diplomatico. Sanzioni mirate, sospensione di accordi, restrizioni commerciali: strumenti già utilizzati in numerosi altri contesti.
Ma qui emerge una doppia misura difficilmente ignorabile. Gli stessi Paesi che hanno sostenuto sanzioni severe contro altri Stati per violazioni analoghe appaiono oggi molto più cauti. La ragione è evidente: Israele e Stati Uniti sono partner strategici di molte democrazie occidentali.
Ed è proprio questa asimmetria a minare la credibilità dell'intero sistema internazionale.
La questione va oltre il Medio Oriente. Se passa il principio secondo cui è lecito colpire preventivamente un altro Stato per neutralizzare una minaccia futura, allora si apre una falla enorme.
Altri attori globali potrebbero sentirsi autorizzati a fare lo stesso. In Asia, in Europa orientale, ovunque esistano tensioni latenti. Il risultato sarebbe un mondo più instabile, più imprevedibile, più pericoloso.
Alla fine, la comunità internazionale si trova di fronte a una scelta netta.
Da una parte, continuare a tollerare violazioni selettive del diritto internazionale, accettando implicitamente che le regole valgano solo per alcuni.
Dall'altra, riaffermare con forza che nessuno Stato – indipendentemente dal suo peso politico o militare – può sottrarsi ai principi fondamentali che regolano la convivenza tra le nazioni.
Non si tratta di “schierarsi” con una parte o con l'altra. Si tratta di decidere se il diritto internazionale è ancora un vincolo reale o solo un riferimento formale, destinato a essere ignorato quando diventa scomodo.
Perché se le regole non valgono per tutti, alla fine non valgono più per nessuno.
Fino a che punto la sicurezza dello Stato di Israele, che finora è servita solo per giustificare la pulizia etnica dei palestinesi rubando loro beni, proprietà, case e vite, deve essere sostenuta dalla comunità internazionale?
Israele è uno Stato canaglia che mira - appellandosi alla torah - alla conquista di territori che appartengono ad altri Stati. E uno Stato canaglia deve continuare ad agire impunemente solo perché si è definito ebraico? E per tale motivo dovrebbe essere autorizzato a compiere crimini su crimini impuenmente?
Fino a che la comunità internazionale non deciderà di agire con boicottaggi, sanzioni e disinvestimenti contro Israele, come si vede chiaramente, non solo il Medio Oriente, ma tutto il mondo ne pagherà le conseguenze.