Valeria Fedeli se n'è andata questa mattina lasciando un vuoto che pesa, ma anche una traccia nitida: quella di una donna che ha attraversato il lavoro, le istituzioni e il dibattito pubblico con un'idea semplice e radicale insieme — che la giustizia sociale non è completa se non guarda il mondo dal punto di vista delle donne.
Milanese, maestra elementare, Fedeli entra nel sindacato non come approdo “naturale” per chi fa politica, bensì come scelta di vita. All'inizio degli anni Ottanta si trasferisce a Roma chiamata dalla Fp Cgil, e lì esordisce come sindacalista portandosi dietro il senso pratico di chi conosce i bisogni quotidiani: quelli dei servizi pubblici, delle persone, delle famiglie. Ma la sua traiettoria si definisce presto su un'altra urgenza, più profonda: seguire il filo della condizione femminile dove è più esposta e spesso più invisibile. Per questo passa ai tessili, una categoria ad alta intensità di manodopera femminile, dove il conflitto tra diritti e sfruttamento, tra dignità e precarietà, si sente sulla pelle.
Fedeli era curiosa, poliedrica, capace di leggere i cambiamenti e di starci dentro senza perdere la bussola. Contribuisce alla costruzione del nascente sindacato della comunicazione, la Slc, e poi torna nei tessili, alla Filtea, di cui sarà segretaria generale per dieci anni, dal 2000 al 2010. In quel decennio, segnato da trasformazioni industriali e da un mercato del lavoro sempre più frammentato, la sua domanda rimane la stessa: come dare più forza alle rivendicazioni delle lavoratrici e dei lavoratori? La risposta, per lei, non è mai stata solo organizzativa: è politica nel senso più alto, perché “diventare più grandi” significava costruire alleanze, mettere insieme energie, far valere il peso collettivo. Anche così si spiega il suo contributo alla nascita della Filctem, un passaggio decisivo, di cui diventa vice segretaria generale.
Poi arriva una svolta che ha il sapore della rivolta civile. Nel 2011, in un Paese ferito dagli scandali e dalla rappresentazione degradante del potere sotto il governo Berlusconi, Fedeli è tra le fondatrici di Se non ora quando: donne di provenienze diverse, unite dall'idea che la dignità non sia un tema “di costume”, ma un fondamento democratico. L'11 febbraio quella protesta riempie piazza del Popolo, a Roma. È un giorno che segna un prima e un dopo: non solo per la mobilitazione in sé, ma per il modo in cui rimette al centro lo sguardo femminista come chiave di lettura della società, della politica, persino del linguaggio pubblico.
Infine le istituzioni, dove Fedeli porta la stessa determinazione con cui era entrata nelle fabbriche e negli uffici. Nel 2013 viene eletta senatrice nelle fila del Pd e poi scelta come vicepresidente di Palazzo Madama. È in quel ruolo che molti la ricordano in un'immagine destinata a restare: nello scranno presidenziale della seduta comune che elegge Sergio Mattarella Presidente della Repubblica, accanto a Laura Boldrini. Due donne, per la prima volta. Non una semplice fotografia di “quote”, ma il segno concreto di una porta che si apre: la prova che la rappresentanza cambia davvero quando cambia chi siede nei luoghi del potere.
E in Senato Fedeli fa ciò che le riusciva meglio: trasformare una battaglia in un'istituzione. Per sua iniziativa nasce, per la prima volta, una commissione sui femminicidi, accolta in modo bipartisan — e diventata oggi bicamerale. Non un gesto simbolico, ma un metodo: riconoscere che la violenza maschile contro le donne non è emergenza episodica, è struttura sociale e politica; dunque richiede strumenti permanenti, conoscenza, responsabilità pubblica.
Da ministra dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca nel governo Gentiloni (2016-2018), Fedeli continua a legare cultura e diritti, scuola e cittadinanza. Promuove linee guida per l'educazione al rispetto e alla parità di genere e propone di estendere l'insegnamento della filosofia agli istituti tecnici: due scelte che raccontano bene la sua idea di formazione, non come addestramento, ma come emancipazione. Per lei l'istruzione era una politica femminista, perché è lì che si disinnescano stereotipi, si costruisce libertà, si rende possibile una società “a misura” di donne e di uomini.
Nel ricordarla oggi, resta un tratto che tiene insieme tutto: Fedeli non ha mai separato il sindacato dalla politica, la difesa dei diritti dalle istituzioni, il lavoro dalla dignità. Ha attraversato epoche diverse senza perdere il punto di vista che aveva scelto: quello femminista. E forse è questo il suo lascito più forte — aver dimostrato che quel punto di vista non restringe lo sguardo, lo allarga. Perché parlare di donne, per Valeria Fedeli, non è mai stato parlare “solo” di donne: era parlare di democrazia, di giustizia, di futuro.


