Negli ospedali italiani la carenza di infermieri non è più un problema occasionale, ma una condizione ormai stabile che incide sull’organizzazione delle cure e sulla qualità dell’assistenza. Non si parla di qualche turno scoperto, ma di una difficoltà profonda che coinvolge interi reparti e, in alcuni casi, strutture intere.

Il numero di infermieri in servizio è insufficiente rispetto ai bisogni reali della popolazione. In molti contesti un singolo professionista deve seguire troppi pazienti contemporaneamente, con ritmi serrati e margini sempre più ridotti per garantire un’assistenza completa e sicura. Questo sovraccarico, giorno dopo giorno, logora chi lavora in corsia e rende il sistema fragile.

A rendere il quadro ancora più critico contribuisce l’età media elevata del personale. Molti infermieri sono vicini alla pensione, mentre il ricambio generazionale procede a rilento. I nuovi ingressi non bastano a compensare le uscite e una parte dei giovani, dopo pochi anni, sceglie di cambiare strada, spesso scoraggiata dalle condizioni di lavoro e dalle prospettive limitate.

In questo contesto, sempre più aziende sanitarie ricorrono alle cooperative per coprire i turni scoperti. È una soluzione tampone che permette di garantire l’apertura dei reparti, ma che porta con sé diverse criticità. Gli infermieri reclutati tramite cooperative spesso lavorano a rotazione, senza continuità assistenziale e con una conoscenza limitata delle dinamiche interne del reparto. Questo rende più difficile il lavoro di squadra e aumenta il carico organizzativo su chi è già in organico.

L’uso massiccio delle cooperative crea anche un paradosso: professionisti che svolgono le stesse mansioni ricevono compensi molto diversi, alimentando tensioni e senso di ingiustizia. Inoltre, i costi per il sistema sanitario aumentano, senza risolvere il problema alla radice. È come mettere una toppa su una crepa che continua ad allargarsi.

Le condizioni di lavoro restano infatti uno dei nodi centrali. Turni pesanti, notti frequenti, responsabilità elevate e stipendi poco competitivi spingono molti infermieri a cercare alternative, dentro o fuori dal Paese. Il risultato è un circolo vizioso: meno personale stabile, più ricorso a soluzioni esterne, maggiore stress per chi resta.

Le conseguenze si riflettono direttamente sui pazienti. Quando il personale è insufficiente o continuamente variabile, l’assistenza diventa più frammentata, i tempi si allungano e il rischio di errori aumenta. La qualità delle cure non dipende solo dalle tecnologie o dalle strutture, ma soprattutto dalle persone che ogni giorno sono al letto del paziente.

La carenza di infermieri non è quindi solo un problema di categoria, ma una questione di sistema. Senza investimenti seri, una programmazione a lungo termine e un vero riconoscimento del ruolo infermieristico, l’emergenza rischia di diventare la regola. E quando la sanità si regge sulle emergenze, prima o poi il prezzo lo paga tutta la collettività.