Un giornalista premiato a livello internazionale, una carriera costruita tra le più importanti redazioni del mondo e oggi una cattedra universitaria in Italia.
Eppure, per Ahmed Shihab-Eldin, tutto questo non è bastato a evitare l'arresto. Il 3 marzo scorso, durante una visita alla famiglia in Kuwait, il reporter kuwaitiano è stato fermato dalle autorità con accuse pesanti: diffusione di notizie false e minaccia alla sicurezza nazionale. Un copione già visto, che ora rischia di trasformarsi in un caso simbolo della stretta sulla libertà di informazione nei Paesi del Golfo.
Shihab-Eldin, noto per le collaborazioni con New York Times, BBC, Al Jazeera e per i suoi documentari premiati da Amnesty International e da istituzioni giornalistiche britanniche, vive da tempo a Bari, dove insegna comunicazione e storytelling. Il suo arresto ha scosso non solo il mondo dell'informazione internazionale, ma anche l'ambiente accademico italiano, dove è conosciuto come docente e divulgatore.
Secondo le ricostruzioni, il giornalista ha pubblicato immagini e informazioni relative a un incidente militare avvenuto il 2 marzo: tre aerei statunitensi abbattuti per errore dalle difese kuwaitiane in un episodio di “fuoco amico”. Shihab-Eldin aveva riferito che i piloti erano sopravvissuti e che civili locali avevano prestato soccorso. Informazioni che, invece di aprire un dibattito pubblico, hanno innescato la reazione repressiva delle autorità kuwaitiane.
Le organizzazioni per la libertà di stampa parlano apertamente di un arresto arbitrario. Il Committee to Protect Journalists denuncia un'escalation di censura legata al conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, con la sicurezza nazionale utilizzata come giustificazione per mettere a tacere voci indipendenti. “Il caso Shihab-Eldin è emblematico”, ha dichiarato la direttrice regionale Sara Qudah, chiedendone l'immediata liberazione.
Il contesto, infatti, è sempre più teso. Negli ultimi mesi il Kuwait ha introdotto nuove leggi sulla sicurezza che ampliano in modo significativo la definizione di terrorismo, includendo anche la diffusione di informazioni ritenute dannose per la reputazione delle istituzioni militari. Norme vaghe, secondo i critici, che aprono la strada a interpretazioni arbitrarie e colpiscono direttamente giornalisti, attivisti e cittadini.
Il paradosso è evidente: l'articolo 36 della Costituzione kuwaitiana garantisce formalmente la libertà di opinione e di espressione. Ma nella pratica, denunciano organizzazioni come il Gulf Centre for Human Rights, il Paese starebbe scivolando verso un modello sempre più repressivo, con arresti arbitrari, revoche di cittadinanza e restrizioni crescenti al dissenso.
Il caso di Shihab-Eldin si inserisce in questo quadro. Negli ultimi anni, il giornalista si è distinto anche per le sue posizioni critiche verso il governo israeliano e per il sostegno ai diritti dei palestinesi, elementi che potrebbero aver contribuito ad accrescere la pressione nei suoi confronti in un momento geopolitico estremamente delicato.
Intanto, la regione è attraversata da una spirale di tensioni: attacchi missilistici, infrastrutture colpite, accuse incrociate tra Stati. Il Kuwait stesso è stato coinvolto indirettamente nel conflitto, con lanci di missili e ritorsioni iraniane contro obiettivi energetici e portuali. In questo clima, il controllo dell'informazione diventa uno strumento strategico.
Le reazioni internazionali iniziano a moltiplicarsi. Ex funzionari e diplomatici chiedono a Stati Uniti ed Europa di intervenire con decisione presso gli alleati del Golfo. “Imprigionare un giornalista e definire il suo lavoro una minaccia alla sicurezza è un grave errore”, ha affermato Ashish Prashar (ex consigliere dell'inviato di pace per il Medio Oriente, ex responsabile della comunicazione per diversi primi ministri e sindaci di Londra, e attualmente è consulente strategico per leader e organizzazioni non profit), invitando le cancellerie occidentali a non voltarsi dall'altra parte.
Dall'Italia si leva un appello chiaro: istituzioni, università e società civile sono chiamate a mobilitarsi. “Il giornalismo non è un crimine, l'informazione è un diritto umano”, ricordano i sostenitori della campagna per la liberazione di Ahmed.
Il destino di Shihab-Eldin, oggi, va oltre la sua vicenda personale. È il riflesso di una battaglia più ampia: quella per il diritto di raccontare la realtà senza paura di repressioni. E il silenzio, in questo caso, rischia di essere la forma più pericolosa di complicità.


