Donald Trump, un delinquente che attualmente occupa l'incarico di presidente degli Stati Uniti, ha di nuovo lanciato un ultimatum da Washington:
“Entro le 18 di domenica, ora locale, deve esserci un accordo con Hamas”.
Altrimenti, minaccia l’apertura delle porte dell’inferno su Gaza, com e se adesso i civili gazawi vivessero nel paradiso terrestre. Un linguaggio che suona meno come diplomazia e più come una dichiarazione di guerra totale: non un invito alla pace, ma l’ennesimo ricatto genocida. Trump non si limita a indicare un orario per la resa: chiede ai palestinesi di abbandonare le loro case, definendole futuri “luoghi di morte”. In pratica, una pulizia etnica annunciata in diretta.
Mentre la Casa Bianca detta i termini del “negoziato”, a Gaza si continua a morire. Il Ministero della Sanità della Striscia ha denunciato nelle ultime ore due morti per fame, tra cui un bambino. La carestia, indotta dall’assedio israeliano, ha già ucciso 457 persone: 152 di questi erano bambini. A tal proposito rimane un mistero come l'attivismo di Meloni nell'aiutare i gazawi, pronta e disponibile nel consegnare nella Striscia tonnellate di cibo in poche ore come lei dichiarava in polemica con i rappresentanti italiani della GSF, si sia scemato improvvisamente dopo che la Flotilla è stata abbordata e fermata illegalmente in acque internazionali dai "pirati" dello Stato ebraico.
Ai morti per fame, si aggiungono anche quelli causati dalle bombe: in un solo giorno 63 martiri e 227 feriti. Dal 7 ottobre 2023 il bilancio complessivo ha superato i 66.000 morti e 169.000 feriti. Numeri che gridano sterminio, non di "difesa".
Sul fronte marittimo, Israele continua a soffocare ogni tentativo di solidarietà. L'ultima nave della Global Sumud Flotilla, la Marinette con bandiera polacca, è stata sequestrata questo venerdì. Quella che era una flotta di 44 imbarcazioni solidali è stata ridotta a zero. Ma la repressione non piega la resistenza: i prigionieri catturati hanno annunciato immediatamente uno sciopero della fame a oltranza, trasformando il carcere in un nuovo fronte di lotta.
Contemporaneamente, altre decine di barche stanno partendo dalla Turchia per ripetere quanto fatto dalla GSF, con Erdogan che a nminna
In questo scenario, parlare di “accordi” significa ignorare la realtà: non c’è trattativa possibile quando una parte impone fame, deportazione e bombardamenti sistematici, mentre l’altra difende il diritto elementare a vivere nella propria terra.
Gaza oggi non è un “teatro di conflitto”, ma un laboratorio di sterminio con il timbro delle grandi potenze. Ogni ultimatum proveniente da Washington non è che un sigillo imperiale su una strage quotidiana. La comunità internazionale, se ancora vuole avere una coscienza, deve smettere di fingere neutralità: o si sta con le vittime e con chi resiste, o si è complici del genocidio.


