La guerra in Medio Oriente sta scuotendo i mercati energetici globali e la Casa Bianca corre ai ripari con una decisione che sta già provocando polemiche tra gli alleati occidentali. L'amministrazione Trump ha infatti concesso una deroga temporanea alle sanzioni sul petrolio russo bloccato in mare, permettendone la vendita per trenta giorni. Una scelta che, secondo Washington, dovrebbe contribuire a raffreddare i prezzi dell'energia, ma che in Europa viene letta come l'ennesimo segnale di incoerenza strategica.


Ad annunciare il provvedimento è stato il segretario al Tesoro Scott Bessent, che giovedì sera ha autorizzato temporaneamente l'acquisto del greggio russo già in transito sulle rotte marittime.

Secondo il Tesoro statunitense si tratta di una misura «limitata e di breve periodo», che non dovrebbe garantire «benefici finanziari significativi» al governo di Mosca, poiché la maggior parte delle entrate energetiche russe deriva da tasse applicate all'estrazione e non alla vendita.

La realtà dei mercati racconta però un'altra storia. Nonostante l'annuncio, il Brent è rimasto sopra i 100 dollari al barile, segnale evidente che gli operatori temono un deficit strutturale di offerta. Dall'inizio dell'anno il prezzo del petrolio è salito da circa 60 dollari fino a superare quota cento, spinto soprattutto dall'escalation militare tra Stati Uniti, Israele e Iran.


Il vero nodo resta lo Stretto di Hormuz, uno dei passaggi strategici del commercio mondiale: da lì transita normalmente circa un quinto del petrolio globale. Il conflitto in corso ne ha quasi paralizzato il traffico.

L'Iran ha dichiarato che non permetterà «nemmeno un litro di petrolio» in uscita dal Golfo finché continueranno gli attacchi di Stati Uniti e Israele. Secondo fonti americane citate dalla stampa internazionale, Teheran avrebbe iniziato anche a posare mine navali nello stretto, aggravando ulteriormente il rischio per il traffico marittimo.

Washington ha promesso scorte militari per proteggere le petroliere, ma finora il flusso di traffico non è tornato ai livelli normali.


In questo scenario la decisione di allentare le sanzioni contro Mosca appare a molti osservatori come un clamoroso paradosso politico.

Solo poche settimane fa Trump aveva sostenuto che l'interruzione degli acquisti di petrolio russo da parte di alcuni Paesi – tra cui l'India – avrebbe contribuito a «porre fine alla guerra in Ucraina» tagliando una delle principali fonti di entrata del Cremlino.

Ora invece la Casa Bianca autorizza proprio quelle vendite che fino a ieri definiva inaccettabili.

Secondo stime citate dai media statunitensi, nel mondo ci sarebbero circa 124 milioni di barili di petrolio russo già in mare, pronti a essere venduti grazie alla nuova deroga.

Non sorprende che Mosca abbia salutato la decisione come un segnale politico. L'inviato economico del Cremlino Kirill Dmitriev ha commentato che Washington starebbe «riconoscendo l'evidenza: senza il petrolio russo il mercato energetico globale non può restare stabile».


Molto più fredda – se non apertamente critica – la reazione europea.

Il presidente francese Emmanuel Macron, parlando dopo una consultazione tra i leader del G7 sugli effetti economici della guerra con l'Iran, ha respinto la giustificazione americana. La paralisi dello Stretto di Hormuz, ha affermato, «non giustifica in alcun modo un allentamento delle sanzioni contro la Russia».

Anche da Bruxelles filtra irritazione. Fonti della Commissione europea hanno ribadito che il regime sanzionatorio contro Mosca «resta un pilastro della risposta europea all'aggressione russa in Ucraina» e che eventuali deroghe rischiano di «indebolire la pressione economica internazionale».

Diplomatici di diversi Paesi membri parlano apertamente di una linea americana sempre più imprevedibile: da un lato Washington chiede agli alleati compattezza contro il Cremlino, dall'altro prende decisioni unilaterali quando i prezzi dell'energia iniziano a pesare sull'economia statunitense.


Nel frattempo l'Agenzia Internazionale dell'Energia ha cercato di tamponare l'emergenza annunciando il più grande rilascio di riserve petrolifere della storia, con 400 milioni di barili messi sul mercato dai 32 Paesi membri.

Ma anche questa mossa non sembra sufficiente a compensare l'incertezza generata dal conflitto.

Teheran ha avvertito che il prezzo del petrolio potrebbe arrivare addirittura a 200 dollari al barile se gli attacchi continueranno.


Il presidente americano prova a minimizzare. In un messaggio sui social ha ricordato che gli Stati Uniti sono «di gran lunga il maggiore produttore mondiale di petrolio» e che prezzi più alti significano anche maggiori entrate per l'economia americana.

Ma dietro l'ottimismo di facciata si intravede un problema politico concreto. Negli ultimi trenta giorni il prezzo medio della benzina negli Stati Uniti è salito di 65 centesimi al gallone, un aumento che pesa direttamente sul portafoglio degli elettori.

Con le elezioni di midterm alle porte e una maggioranza repubblicana molto fragile in Congresso, il rischio per la Casa Bianca è evidente: la guerra energetica globale potrebbe trasformarsi in un boomerang elettorale.

E così la superpotenza che pretende di guidare il fronte occidentale contro Mosca si ritrova a fare esattamente ciò che aveva giurato di non fare: riaprire la porta al petrolio russo pur di evitare che il prezzo della benzina travolga la politica interna americana. Un segnale che racconta più di molte dichiarazioni quanto la strategia della Casa Bianca stia navigando a vista... volendo essere ottimisti. Invece, volendo essere pessimisti, si può ipotizzare che nell'Ufficio Ovale sieda un signore anziano oramai completamente fuori di testa. Cosa che fa sudare freddo considerando che dispone di un armamento nucleare di migliaia di testate.