Un tribunale federale ferma le sanzioni contro Francesca Albanese e smonta la deriva intimidatoria dell’amministrazione Trump. Ma il silenzio del governo Meloni su una cittadina italiana colpita per le sue denunce su Gaza resta una delle pagine più imbarazzanti della politica estera italiana recente.

C’è qualcosa di profondamente inquietante nel fatto che sia dovuto intervenire un giudice federale americano per ricordare agli Stati Uniti che la libertà di espressione non può essere trattata come un fastidio politico da reprimere con strumenti finanziari e amministrativi. Ed è ancora più inquietante che, mentre a Washington almeno una parte delle istituzioni abbia reagito, a Roma il governo abbia scelto il silenzio, l’ambiguità e l’allineamento servile.

La decisione del tribunale federale di Washington di sospendere le sanzioni imposte contro Francesca Albanese rappresenta molto più di una vittoria personale. È uno schiaffo politico all’amministrazione di Donald Trump, che aveva deciso di colpire una relatrice delle Nazioni Unite non per atti criminali, non per violazioni concrete, ma per le sue parole, per le sue denunce, per aver osato parlare apertamente di crimini di guerra, diritti umani e devastazione nella Striscia di Gaza.

Lo scorso febbraio Massimiliano Cali, marito della relatrice, insieme alla figlia, ha intentato causa sostenendo che le sanzioni violassero i diritti di libertà di espressione. Il giudice ha accolto la contestazione, valutando la misura potrebbe essere una violazione del Primo Emendamento che, invece, protegge questo diritto. Tra le misure comprese in queste sanzioni limitazioni bancarie e finanziarie e il divieto di ingresso negli Stati Uniti.

Il giudice Richard Leon ha ricordato un principio che dovrebbe essere elementare in una democrazia liberale: “Proteggere la libertà di espressione è sempre nell’interesse pubblico”. Una frase apparentemente banale che diventa quasi rivoluzionaria in un clima politico dove chi critica Israele, soprattutto quando documenta violazioni del diritto internazionale, rischia campagne diffamatorie, isolamento istituzionale e persino sanzioni economiche.

Le misure adottate dalla Casa Bianca nel luglio 2025 erano di una gravità enorme. Divieto di ingresso negli Stati Uniti, embargo finanziario, limitazioni bancarie: strumenti normalmente associati a governi ostili, oligarchi o soggetti accusati di terrorismo internazionale, utilizzati invece contro una funzionaria dell’Onu colpevole di aver esercitato il proprio mandato.

In sostanza, l’amministrazione Trump aveva tentato di trasformare la politica estera americana in una gigantesca macchina punitiva al servizio delle esigenze politiche del governo di Benjamin Netanyahu.

Il punto più allarmante, però, non è soltanto l’autoritarismo dell’amministrazione americana. È la normalizzazione di quell’autoritarismo tra gli alleati europei, Italia in primis. Perché mentre il governo spagnolo prendeva posizione a favore di Francesca Albanese, mentre giuristi, organizzazioni internazionali e settori della società civile denunciavano il carattere intimidatorio delle sanzioni, il governo "sovranista" guidato da Giorgia Meloni ha scelto la strada più comoda: non disturbare Washington e non irritare Tel Aviv.

Il risultato è stato politicamente devastante. Una cittadina italiana, investita di un incarico internazionale delicatissimo sotto l’egida delle Nazioni Unite, è stata lasciata sola dal proprio Paese. Nessuna difesa forte da parte della Farnesina, nessuna presa di posizione netta da parte del ministro degli Esteri Antonio Tajani, nessuna rivendicazione del principio secondo cui un rappresentante Onu non può essere colpito economicamente per il contenuto delle proprie relazioni.

È qui che la vicenda assume un significato più ampio e profondamente politico. Perché ciò che viene messo sotto pressione non è soltanto Francesca Albanese, ma l’idea stessa che il diritto internazionale possa ancora esistere indipendentemente dai rapporti di forza. Se denunciare bombardamenti sui civili, deportazioni, occupazioni illegali o possibili crimini contro l’umanità diventa motivo di sanzione, allora il messaggio è chiarissimo: alcuni Stati possono agire senza limiti e chi prova a documentarlo deve essere intimidito.

L’aspetto più paradossale è che proprio gli Stati Uniti, che da decenni si presentano come paladini globali della libertà, abbiano finito per usare strumenti tipici delle democrazie illiberali contro una relatrice dell’Onu. E il fatto che un tribunale federale abbia dovuto fermare quella deriva dimostra quanto profonda sia diventata la frattura interna americana tra diritto costituzionale e pulsioni politiche.

Nel frattempo l’Europa continua a muoversi con una lentezza che somiglia sempre più a complicità. Le richieste di adottare un “Regolamento di blocco” europeo, capace di neutralizzare sul territorio Ue gli effetti delle sanzioni americane, restano sospese tra dichiarazioni di principio e immobilismo diplomatico. Eppure la questione riguarda direttamente l’autonomia politica europea: o l’Unione accetta che Washington possa colpire funzionari internazionali, magistrati della Corte penale internazionale e ONG sgradite, oppure decide finalmente di difendere la propria sovranità giuridica.

Questa storia, in fondo, racconta molto anche dell’Italia contemporanea. Un Paese che ama definirsi ponte diplomatico nel Mediterraneo ma che, davanti a una propria cittadina colpita da misure punitive per motivi politici, abbassa gli occhi e tace. Un governo che parla continuamente di patriottismo e dignità nazionale ma che, quando una italiana viene sanzionata per aver difeso il diritto internazionale, sceglie la prudenza servile invece della difesa istituzionale.

La sospensione delle sanzioni contro Francesca Albanese è dunque una buona notizia non soltanto per lei, ma per chiunque creda ancora che la libertà di parola non debba dipendere dagli equilibri geopolitici del momento. Ed è anche un promemoria scomodo per l’esecutivo italiano: difendere i diritti e le istituzioni internazionali non dovrebbe essere un atto di coraggio politico straordinario, ma il minimo indispensabile per un Paese che pretende ancora di definirsi una democrazia liberale.