Le liste d’attesa migliorano, almeno sulla carta. Ma basta entrare nei numeri pubblicati da Agenas per capire che il problema è ancora enorme e che le percentuali positive raccontano soltanto una parte della storia.

Tra gennaio e aprile 2026, sui circa 12 milioni di prenotazioni monitorate dalla Piattaforma nazionale delle liste d’attesa, oltre 1,5 milioni di prime visite specialistiche e circa 900 mila esami diagnostici non sono stati garantiti entro i tempi previsti. Tradotto: quasi due milioni e mezzo di prestazioni fuori soglia in appena quattro mesi, nonostante il sistema venga presentato come in miglioramento.

Il nuovo “Cruscotto 2.0” di Agenas, presentato oggi, introduce per la prima volta una fotografia dettagliata Regione per Regione, prestazione per prestazione, con la possibilità di distinguere anche le diverse classi di priorità. Ed è proprio qui che emergono le contraddizioni più interessanti — e più scomode.

I tempi migliorano, ma restano lontani da standard accettabili
Nel primo quadrimestre 2026 il rispetto dei tempi massimi passa dal 76,1% al 78,7% per le prime visite specialistiche e dall’83,0% all’84,7% per gli esami diagnostici rispetto allo stesso periodo del 2025.

Numeri migliori, certo. Ma vanno letti per quello che sono: quasi una prestazione su quattro continua a non rispettare i tempi per le visite, mentre oltre il 15% degli esami diagnostici resta fuori soglia.

Dietro la media nazionale si nasconde poi una realtà molto più dura. Alcune prestazioni urgenti continuano a essere un vero collo di bottiglia del Servizio sanitario nazionale.

La colonscopia urgente viene garantita nei tempi previsti soltanto nel 36,9% dei casi. L’elettromiografia si ferma al 34,8%. La risonanza magnetica dell’addome urgente arriva appena al 35,3%.

In pratica, per queste prestazioni, due pazienti su tre non ricevono l’esame entro i tempi che il sistema stesso considera clinicamente necessari.

Anche sul fronte delle visite urgenti il quadro resta fragile. La visita gastroenterologica urgente rispetta i tempi nel 59,9% dei casi. La visita di medicina fisica si ferma al 62,5%. La chirurgia vascolare urgente arriva al 73,4%.

Percentuali che raccontano una verità semplice: quando il bisogno clinico è immediato, il sistema continua troppo spesso a non reggere.

Il grande sospetto della classe P
Il dato più delicato emerso dal nuovo Cruscotto riguarda però la distribuzione delle priorità.

Agenas ha infatti evidenziato una fortissima variabilità nell’uso della classe “P”, quella programmata, che consente di erogare la prestazione entro 120 giorni. Ed è qui che il confronto tra Regioni diventa improvvisamente meno lineare di quanto sembri.

La Basilicata, per esempio, è prima in Italia per rispetto dei tempi nelle prime visite con il 98,8%. Un risultato apparentemente straordinario. Ma contemporaneamente è anche la Regione che assegna più prescrizioni alla classe P: addirittura l’85,5%.

Situazione molto simile in Campania, dove l’80,1% delle prenotazioni viene classificato nella priorità meno urgente.

All’estremo opposto ci sono Toscana e Piemonte, ferme rispettivamente al 7,8% e all’8,2% di prescrizioni in classe P.

Il punto è evidente: rispettare i tempi diventa molto più semplice se la maggior parte delle prestazioni viene automaticamente collocata nella categoria con la finestra temporale più ampia.

Agenas evita accuse dirette, ma il messaggio è chiarissimo. Una quota così elevata di classe programmata “non appare coerente” con la natura di molte prime visite o esami diagnostici. Traduzione meno diplomatica: esiste il sospetto che in alcuni territori la priorità venga alleggerita per migliorare artificialmente gli indicatori.

Non a caso è già stato avviato un confronto con le Regioni per capire se i criteri prescrittivi siano realmente appropriati oppure se si stia semplicemente spostando il problema più avanti nel calendario.

Le classifiche regionali: chi sale e chi resta indietro
Per le prime visite specialistiche, la classifica 2026 vede ai primi posti:

  • Basilicata: 98,8%
  • Marche: 94,7%
  • Veneto: 92,8%
  • Lazio: 90,6%

Sopra l’80% anche Molise, Calabria, Campania, Liguria, Sicilia e Lombardia.

In fondo alla graduatoria si trovano invece:

  • Puglia: 56,2%
  • Provincia autonoma di Trento: 56,1%
  • Sardegna: 62,5%
  • Umbria: 63,1%

Per gli esami diagnostici guida invece il Veneto con il 97,6%, seguito da Campania, Basilicata, Marche e Toscana.

Le peggiori performance arrivano da:

  • Umbria: 62,8%
  • Puglia: 64,1%
  • Abruzzo: 65,0%
  • Valle d’Aosta: 69,2%

Ma anche qui Agenas invita alla prudenza: le percentuali non bastano da sole a misurare la reale capacità del sistema sanitario regionale.

Quando l’appuntamento “entro i tempi” esiste solo sulla carta
C’è poi un altro dato che fotografa perfettamente il problema organizzativo.

A livello nazionale, nel 20% dei casi il cittadino accetta un appuntamento oltre la soglia prevista, nonostante una prima disponibilità teoricamente nei tempi fosse stata proposta.

In parte può dipendere da scelte personali: il paziente preferisce una struttura più vicina, uno specialista specifico o una data diversa. Ma percentuali elevate possono anche indicare agende costruite male, disponibilità poco realistiche o sistemi Cup poco efficienti.

E infatti emerge anche un secondo problema: il ritardo nel contatto con il Cup.

Per la classe B, che dovrebbe garantire la prestazione entro 10 giorni, in tre Regioni quasi il 20% dei cittadini contatta il sistema di prenotazione quando la finestra temporale è già praticamente scaduta.

Agenas considera fisiologica una quota del 5-6%. Numeri quattro volte superiori segnalano invece problemi evidenti di accessibilità al sistema.

Metà delle prescrizioni non diventa nemmeno una prenotazione
C’è poi il dato forse più sorprendente di tutti.

Secondo il flusso della Tessera sanitaria, soltanto il 50,3% delle prescrizioni per prime visite e il 54,4% di quelle per esami diagnostici si trasformano effettivamente in una prenotazione Cup.

In Abruzzo solo il 33,7% delle prescrizioni per prime visite arriva a prenotazione. Nel Lazio appena il 37,3% degli esami diagnostici prescritti viene effettivamente prenotato.

Una parte delle mancate prenotazioni può avere spiegazioni fisiologiche: ricette non utilizzate, richieste a fini assicurativi, pazienti che rinunciano. Ma percentuali così basse fanno pensare anche a difficoltà concrete di presa in carico, rinunce dovute alle attese troppo lunghe o spostamento verso il privato.

Ed è qui che il tema delle liste d’attesa smette di essere soltanto sanitario e diventa economico e sociale. Perché quando il pubblico non riesce a garantire tempi accettabili, chi può paga e accelera. Chi non può, aspetta.

Le misure che funzionano
Agenas individua comunque alcune strategie che stanno dando risultati migliori nelle Regioni più performanti:

  • centralizzazione delle agende;
  • ambulatori aperti anche nei weekend;
  • lavoro aggiuntivo retribuito ai medici;
  • sistemi di recall per ridurre le mancate presentazioni;
  • software di intelligenza artificiale per riempire i posti liberi;
  • integrazione delle prenotazioni con il Fascicolo sanitario elettronico.

Ma l’Agenzia avverte anche che aumentare semplicemente l’offerta rischia di non bastare.

Il problema, infatti, è anche la crescita continua della domanda e soprattutto l’appropriatezza prescrittiva. Per questo il prossimo fronte sarà il controllo delle richieste: integrazione dei criteri RAO nei software dei medici, teleconsulti tra medici di famiglia e specialisti, analisi dei quesiti diagnostici supportate dall’intelligenza artificiale.

La vera sfida: trasparenza
Il nuovo Cruscotto 2.0 rappresenta comunque un cambio importante: per la prima volta il sistema delle liste d’attesa viene esposto pubblicamente con dati regionali dettagliati e confrontabili.

Ed è probabilmente questo l’aspetto più rilevante. Per anni le liste d’attesa sono state raccontate quasi esclusivamente attraverso annunci politici e numeri aggregati. Oggi, invece, emergono differenze enormi tra territori, prestazioni critiche, squilibri nelle priorità e falle organizzative che prima restavano invisibili.

La sensazione è che il sistema stia lentamente migliorando, ma anche che la distanza tra propaganda e realtà quotidiana dei cittadini sia ancora molto ampia.

Perché finché una colonscopia urgente verrà garantita in tempo solo a un paziente su tre, parlare di problema “quasi risolto” rischia di essere semplicemente fuori dalla realtà.