Esteri

Mount Rushmore, il comizio di Trump che ha introdotto le celebrazioni del 4 luglio: comunisti "peggio dell'11 settembre", esilio per gli avversari e un'America elevata a religione civile

Quello che avrebbe dovuto essere il solenne prologo alle celebrazioni del 250° anniversario dell'indipendenza degli Stati Uniti si è trasformato nell'ennesimo monumentale e folle comizio di Donald Trump.

Ai piedi del Monte Rushmore, luogo simbolo della storia americana, il presidente non ha celebrato soltanto la nascita della Repubblica: ha costruito una narrazione totalizzante nella quale l'America diventa il culmine della storia dell'umanità, il patriottismo assume i contorni di un dogma e chiunque metta in discussione questa visione viene dipinto come un nemico da combattere.

Più che un discorso istituzionale, quello pronunciato il 3 luglio è apparso come un manifesto ideologico. Un testo nel quale l'iperbole diventa la regola, la complessità storica scompare e ogni sfumatura lascia spazio a una contrapposizione assoluta tra il bene incarnato dagli Stati Uniti e il male rappresentato da tutto ciò che Trump identifica come "comunismo".

Fin dalle prime battute il presidente abbandona qualsiasi misura. Gli Stati Uniti diventano "la Repubblica più antica", "la Costituzione più giusta", "la nazione più libera", "il Paese più potente", "la civiltà più straordinaria mai esistita". Non c'è praticamente ambito nel quale l'America non venga descritta come superiore a tutto il resto del mondo e dell'intera storia umana.

Non si tratta del tradizionale orgoglio nazionale che accompagna ogni celebrazione dell'Independence Day. Qui il patriottismo viene elevato a una dimensione quasi sacrale, nella quale gli Stati Uniti non rappresentano semplicemente una grande democrazia, ma il punto di arrivo dell'intera vicenda umana, il "miracolo" definitivo della civiltà.

Ed è proprio questa impostazione a costituire il filo conduttore dell'intero intervento. Se l'America è il massimo bene possibile, chiunque ne contesti il racconto finisce inevitabilmente per essere trasformato nel massimo male.

Da qui prende forma la parte più controversa del discorso.

Trump afferma che il comunismo rappresenterebbe oggi la più grave minaccia mai affrontata dagli Stati Uniti, arrivando a dichiarare che sarebbe addirittura peggiore della Prima guerra mondiale, della Seconda guerra mondiale, di Pearl Harbor e perfino degli attentati dell'11 settembre.

Una frase destinata a far discutere non soltanto per la sua evidente enfasi retorica, ma perché riduce eventi che hanno segnato tragicamente la storia contemporanea a semplici termini di paragone funzionali allo scontro politico del presente.

Ma il presidente non si limita a demonizzare un'ideologia.

Compie un ulteriore passo, assai più delicato, trasformando il dissenso in una questione identitaria. "Puoi essere fedele a Karl Marx oppure all'America. Puoi essere comunista oppure patriota. Non puoi essere entrambe le cose", proclama davanti alla folla.

Non è più il confronto fra programmi politici. È la negazione stessa della possibilità che idee profondamente diverse possano convivere all'interno della medesima comunità democratica.

Ancora più inquietante appare il momento in cui promette di "mandare rapidamente in esilio" i comunisti. La frase, pronunciata nel pieno dell'entusiasmo del pubblico, richiama una logica nella quale l'avversario non viene sconfitto attraverso il confronto politico ma descritto come un corpo estraneo da espellere.

Nello stesso passaggio Trump arriva inoltre a identificare il cosiddetto "Partito Comunista" con immigrati irregolari, criminali e persone che non vogliono lavorare, fondendo categorie completamente differenti in un'unica rappresentazione politica destinata ad alimentare ulteriormente il clima di contrapposizione.

Il messaggio è chiaro: non esistono semplicemente avversari. Esistono nemici interni.

Il discorso assume poi un'ulteriore piega quando il presidente affronta il tema delle prossime elezioni.

Trump sostiene infatti che, abolendo il filibuster e approvando rapidamente il "Save America Act", il Partito Repubblicano potrebbe arrivare a "non perdere un'elezione per cento anni".

Anche volendo leggere questa affermazione come una provocazione politica, resta una frase che colpisce profondamente perché sembra trasformare l'alternanza democratica – principio fisiologico di qualsiasi sistema liberale – in un ostacolo da superare piuttosto che in una componente essenziale della democrazia.

Non meno sorprendenti risultano le continue rivendicazioni storiche.

Secondo Trump gli Stati Uniti avrebbero praticamente inventato quasi tutto: la lampadina, il telefono, l'aereo, il computer, Internet, il GPS, lo smartphone e "quasi qualsiasi altra invenzione". Una ricostruzione volutamente enfatica che sacrifica la complessità dello sviluppo scientifico mondiale per rafforzare il mito dell'eccezionalismo americano.

La stessa logica attraversa l'intero racconto storico.

Le pagine più controverse della storia statunitense – dalla schiavitù alle discriminazioni razziali, dalle guerre più contestate alle profonde fratture sociali – scompaiono completamente dalla narrazione presidenziale. Al loro posto resta soltanto un'America immacolata, sempre vittoriosa, sempre benefica, sempre moralmente superiore.

Anche la politica estera viene raccontata secondo lo stesso schema.

Trump rivendica di avere "sconfitto il Venezuela in un giorno", di avere "colpito duramente l'Iran" e sostiene che oggi tutti i leader del pianeta rispettino gli Stati Uniti più di qualsiasi altra nazione.

L'impressione complessiva è quella di una realtà filtrata attraverso la lente di un folle nella quale ogni evento conferma la grandezza americana e ogni critica viene automaticamente derubricata a propaganda dei nemici.

Il risultato finale è un discorso che va ben oltre la celebrazione dell'Independence Day.

Mount Rushmore, simbolo della memoria nazionale, diventa il palcoscenico di una narrazione politica che identifica la patria con una precisa visione ideologica, riduce il pluralismo a una minaccia, trasforma l'avversario in un nemico morale e presenta la storia come una lunga marcia destinata inevitabilmente a culminare nell'attuale leadership.

È una retorica che entusiasma una parte consistente del beota elettorato conservatore, perché offre a degli idioti senza un minimo di preparazione culturale, rimbecilliti dai fascisti evangelisti (raccatta quattrini senza alcuno scrupolo), certezze assolute, identità forti e un nemico chiaramente identificabile. Ma è anche una retorica che contribuisce ad alimentare una polarizzazione sempre più estrema, nella quale il compromesso diventa sospetto, il dissenso viene delegittimato e la complessità lascia il posto allo slogan.

La forza delle democrazie liberali non risiede nella capacità di eliminare gli avversari politici, bensì nel garantire che possano confrontarsi, alternarsi al governo e continuare a riconoscersi reciprocamente come parte della stessa comunità nazionale. Quando invece il linguaggio pubblico comincia a dividere i cittadini tra patrioti autentici e presunti traditori, tra "veri americani" e nemici interni, la celebrazione della libertà non potrà che trasformarsi nella celebrazione di una sola idea di libertà: quella definita da chi detiene il potere.

Autore Antonio Gui
Categoria Esteri
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