Un dialogo con Stefano Fiore che mette al centro le dinamiche umane e relazionali del romanzo "Chi dice Donna…", offrendo una lettura concreta e contemporanea del disagio e dell’identità.

Nel libro le figure femminili hanno un ruolo molto attivo e determinante: è una scelta simbolica o narrativa?
Narrativa: e non potrebbe essere diversamente! Il rapporto col femminile è il problema centrale di Eugenio, la sua ossessione. In tutti i sensi: è un problema di ruolo sociale, perché “avere la ragazza” è ormai l’unico rito di iniziazione che ti fa uscire dall’infanzia e ti fa accettare dal gruppo dei pari; è un problema di identità di genere: la componente femminile nella personalità di Eugenio è talmente forte, da fargli dubitare di essere veramente un uomo: però, gli piacciono le donne (anche se non gli piace la f…); il che ci porta all’aspetto dell’orientamento sessuale: cosa piace a Eugenio, qual è il suo desiderio? Tutti bei problemucci, incastrati e fusi l’uno dentro l’altro: e tutti che ruotano intorno al misterioso e inarrivabile femminino…
La nevrosi del protagonista diventa quasi una chiave di lettura del mondo: pensi che sia più individuale o generazionale?
Più individuale, senza dubbio. Oggi si parla molto di un disagio maschile generazionale, ed è certamente vero: gli uomini hanno perso potere e status sociale, le donne li surclassano in tutti i campi professionali, sulle app di dating hanno grandissima scelta mentre i maschi si ritrovano in competizione ansiogena con tutto il mondo, è emerso il fenomeno “incel” e su internet pare che non si parli d’altro, si dice che gli uomini non ci provino più con le donne, ecc. Ma quello di Eugenio è un disagio strettamente personale che ha radici antiche e profonde: si sarebbe manifestato come tale anche in tempi, e in situazioni sociali, più tradizionali, e più favorevoli al genere maschile. Il disagio personale di Eugenio, e quello collettivo e sociale degli uomini di oggi, sono come due strade parallele che corrono una vicino all’altra, e attraversano spesso gli stessi territori, ma sono percorsi diversi, che hanno un’origine diversa.
Alcuni lettori potrebbero trovare certe dinamiche ripetitive: è un modo per rendere più autentico il disagio?
Certo, lo capisco bene. Ma è la natura della nevrosi essere ripetitiva, costituire una sorta di “eterno ritorno” da cui non c’è scampo: o, se si preferisce, una gigantesca ruota da criceto. Il lettore è invitato a soffrire un po’ con Eugenio, a entrare nel tunnel apparentemente senza uscita del suo tormentone, nel quale si continua a camminare al buio un passo dopo l’altro per dovere d’ufficio, ma senza crederci veramente: combattendo con la pesantezza del pensiero ripetitivo, come avanzando con fatica contro un vento contrario sempre più forte: anche stavolta è andata male, anche stavolta non si vede luce: cambierà mai qualcosa? Non è che io “voglia” rendere più autentico il disagio, o che potessi fare diversamente: il disagio nevrotico è così…e volevo che il lettore ne gustasse il sapore, il senso di oppressione latente…nonostante il quale si va avanti…
Se dovessi descrivere "Chi dice Donna…" con un’immagine, quale sarebbe oggi?
Sceglierei, credo, quella riprodotta sulla copertina del mio primo romanzo, “A me non è permesso” (2023, LuoghInteriori Editrice): l’immagine di Sisifo che spinge in salita un enorme pietrone davanti a sé. Con immane fatica; e, a peggiorare le cose, sa benissimo che prima o poi, magari quando sarà quasi arrivato in cima alla salita, il pietrone gli sfuggirà, e rotolerà di nuovo a valle, e bisognerà andare a riprenderlo, e ricominciare tutto da capo: ma non c’è alternativa… Ma tranquilli: nel caso di Eugenio, il protagonista di “Chi dice Donna…”, a un certo punto arriva la cavalleria, o quanto meno le truppe cammellate: un aiutino esterno sotto forma di una congiura a fin di bene tutta al femminile. E finiamo dal punto in cui siamo partiti: le donne…

