Esteri

Dieci anni di Brexit: il grande inganno populista che ha impoverito il Regno Unito e rafforzato l'Europa


Da Nigel Farage alle destre sovraniste, le promesse tradite di un referendum che ha lasciato un Paese più povero, più diviso e politicamente instabile.

Dieci anni dopo il referendum del 23 giugno 2016, il bilancio della Brexit è molto diverso da quello promesso dai suoi principali promotori. Il Regno Unito si prepara ad avere il settimo primo ministro in un decennio, l'economia continua a crescere meno dei principali partner europei, gli scambi commerciali con l'Unione hanno subito un forte ridimensionamento e la società britannica appare più frammentata che mai.

Il principale vincitore politico di questa lunga crisi è paradossalmente proprio Nigel Farage, l'uomo che per oltre vent'anni ha costruito la propria carriera sulla battaglia contro Bruxelles e che oggi, alla guida di Reform UK, continua a raccogliere consensi denunciando il fallimento di una Brexit che lui stesso ha contribuito a realizzare.

È il paradosso della politica populista: promettere una rivoluzione, contribuire a produrre il caos e poi presentarsi come l'unica alternativa al disastro.


Il referendum costruito sulla paura e sulla nostalgia

Lo slogan era semplice: "Take Back Control", riprendiamoci il controllo.

Secondo Farage, Boris Johnson e i movimenti euroscettici, uscire dall'Unione europea avrebbe significato meno immigrazione, più soldi per il sistema sanitario, meno burocrazia e una Gran Bretagna finalmente libera di stringere accordi commerciali più vantaggiosi con il resto del mondo.

Una narrazione costruita sulla paura dell'immigrazione, sul nazionalismo e su una nostalgia imperiale che prometteva un ritorno a un passato idealizzato.

Molte di quelle promesse si sono rivelate irrealizzabili.

La celebre affermazione secondo cui la Brexit avrebbe liberato 350 milioni di sterline alla settimana da destinare alla sanità pubblica è stata smentita dai fatti, così come l'idea che il Regno Unito avrebbe potuto sostituire senza conseguenze il proprio principale mercato di esportazione.

Un'economia che ha perso terreno

Dopo l'uscita definitiva dall'Unione europea il commercio con Bruxelles ha registrato una contrazione significativa, con una riduzione degli scambi stimata intorno al 15% e una perdita di crescita del Pil valutata tra il 6 e l'8%.

Le piccole e medie imprese sono state tra le più colpite dall'introduzione di nuove procedure doganali, certificazioni e controlli amministrativi.

Molte aziende hanno rinunciato a esportare verso l'Europa perché i costi burocratici sono diventati superiori ai margini di guadagno.

Anche il settore finanziario, pur mantenendo il ruolo centrale della City, ha dovuto aprire nuove sedi operative nell'Unione europea per continuare a offrire servizi ai clienti continentali.

La pesca, simbolo della Brexit che non ha mantenuto le promesse

Nessun comparto rappresenta meglio il fallimento delle promesse della Brexit quanto la pesca.

Per anni i sostenitori dell'uscita hanno presentato i pescatori britannici come il simbolo della riconquista della sovranità nazionale, promettendo il controllo esclusivo delle acque territoriali e un futuro di prosperità.

La realtà è stata molto diversa.

Le nuove barriere doganali hanno rallentato l'esportazione di pesce fresco verso l'Europa, principale mercato di destinazione del settore. Ritardi burocratici, certificazioni sanitarie e controlli hanno aumentato costi e tempi di consegna, penalizzando soprattutto le piccole imprese.

Molti pescatori hanno scoperto che recuperare formalmente il controllo delle acque non significava automaticamente avere clienti disposti ad acquistare il prodotto.

Anche gli accordi successivi con Bruxelles hanno mantenuto un accesso reciproco alle acque fino al 2038, dimostrando come l'interdipendenza economica non possa essere cancellata con uno slogan elettorale.

L'immigrazione non è diminuita

Uno degli argomenti centrali della campagna di Farage era la promessa di ridurre drasticamente l'immigrazione.

Anche questo obiettivo è stato smentito dai numeri.

Dopo la Brexit la migrazione netta è aumentata fino a superare le 900 mila persone nel 2023, prima di ridursi a 171 mila nell'ultimo anno.

Il bersaglio della propaganda è semplicemente cambiato: dai lavoratori europei, come i famosi "idraulici polacchi", ai richiedenti asilo che attraversano la Manica su piccole imbarcazioni.

Un messaggio che continua a produrre consenso politico alimentando tensioni sociali e polarizzazione.

La Brexit ha distrutto gli equilibri politici britannici

Dal referendum del 2016 il Regno Unito ha visto succedersi David Cameron, Theresa May, Boris Johnson, Liz Truss, Rishi Sunak, Keir Starmer e ora un nuovo primo ministro.

Una rotazione senza precedenti nella storia recente britannica.

Le lotte interne ai Conservatori hanno espulso le componenti moderate, mentre anche il Labour continua a essere diviso tra chi vorrebbe riavvicinarsi all'Europa e chi teme di riaprire una ferita ancora dolorosa.

Nel frattempo Reform UK cresce nei sondaggi proprio grazie a Nigel Farage, l'uomo che più di ogni altro ha contribuito a creare la situazione che oggi denuncia.

L'Europa non si è disgregata: si è rafforzata

Nel 2016 molti prevedevano un effetto domino. Si parlava di Frexit, Italexit, Swexit e di una progressiva dissoluzione dell'Unione europea.

È accaduto l'esatto contrario.

Secondo il Pew Research Centre, il consenso verso l'Unione europea è passato dal 49% al 62% nei Paesi monitorati.

L'esperienza britannica è diventata un monito per gli altri Stati membri.

Persino i partiti euroscettici continentali hanno progressivamente abbandonato l'idea di uscire dall'Unione, preferendo proporre riforme interne piuttosto che una rottura totale.

Il grande paradosso di Nigel Farage

Farage è probabilmente il principale vincitore personale dell'intera vicenda Brexit.

Ha guidato la campagna per l'uscita, ha accusato i governi successivi di aver "tradito" la Brexit e oggi continua a capitalizzare elettoralmente il malcontento generato anche dalle conseguenze di quella scelta.

Il risultato è un cortocircuito politico: chi ha contribuito a creare il problema continua a presentarsi come la soluzione.

Eppure milioni di britannici continuano a crederci

I sondaggi raccontano un Paese profondamente pentito. Il 66% dei cittadini giudica negativamente la Brexit, il 75% desidera relazioni più strette con Bruxelles e il 52% sarebbe favorevole a un ritorno nell'Unione europea.

Eppure una parte consistente dell'elettorato continua a sostenere le stesse forze politiche che hanno promosso il divorzio europeo.

È il segno della forza di una narrazione populista che trasforma ogni fallimento nella prova di un presunto tradimento, alimentando un ciclo continuo di rabbia, sfiducia e ricerca di nuovi nemici.

Dieci anni dopo, il Regno Unito si ritrova con un'economia più fragile, una politica più instabile, una società più polarizzata e rapporti commerciali più complicati con il suo principale partner economico.

La Brexit, presentata come il recupero della sovranità nazionale, è diventata il simbolo di quanto possa essere costoso trasformare slogan identitari e promesse irrealistiche in scelte di governo. E il fatto che chi ne è stato il principale artefice continui oggi a raccogliere consenso rappresenta una delle contraddizioni più profonde della politica britannica contemporanea.

Autore Carlo Airoldi
Categoria Esteri
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