Eurovision, il palco che lava il sangue: tra slogan, fischi e propaganda israeliana
Noam Bettan vola in finale tra contestazioni e cori contro il genocidio a Gaza. Ma il vero scandalo non è la protesta: è fingere che un evento globale come l’Eurovision possa essere neutrale mentre Israele continua a violare il diritto internazionale sotto gli occhi del mondo.
L’Eurovision Song Contest continua a raccontarsi come un innocuo festival musicale capace di unire i popoli sotto il vessillo dell’intrattenimento europeo, ma ciò che è accaduto a Vienna durante la semifinale di martedì sera dimostra esattamente il contrario. Sul palco della Wiener Stadthalle è andata in scena non soltanto l’esibizione dell’israeliano Noam Bettan, qualificatosi per la finale con il brano “Michelle”, ma anche l’ennesimo scontro tra la realtà della guerra a Gaza e il tentativo occidentale di neutralizzarla dentro un contenitore televisivo costruito per anestetizzare il conflitto e trasformarlo in spettacolo.
Mentre Bettan cantava in francese, ebraico e inglese, dalla platea si alzavano cori chiarissimi: “Stop al genocidio”. Non rumori indistinti, non semplice dissenso folkloristico, ma parole precise, politiche, che arrivavano da un pubblico incapace di ignorare ciò che accade quotidianamente nella Striscia di Gaza. L’emittente pubblica austriaca ORF aveva annunciato di non voler utilizzare tecnologie anti-fischi, e infatti le contestazioni sono entrate nella diretta televisiva senza filtri, rompendo per qualche istante la patina artificiale dell’evento.
Secondo il quotidiano austriaco Österreich, due persone che stavano interrompendo la trasmissione sono state allontanate fisicamente dalla sicurezza. Un dettaglio che dice molto sull’Europa contemporanea: si può protestare, purché non si disturbi troppo la messinscena. Perché il punto centrale non è la presenza di qualche manifestante o di poche decine di attivisti filopalestinesi nel centro di Vienna. Il punto è che sempre più persone rifiutano di accettare la separazione artificiale tra cultura e politica quando uno Stato accusato da organizzazioni internazionali, governi, giuristi e istituzioni umanitarie di crimini gravissimi continua a essere trattato come un normale partecipante a una competizione pop.
E qui emerge la questione che nessuno dentro l’Eurovision sembra voler affrontare davvero.
Bettan, dopo l’esibizione, ha dichiarato di aver cantato “per Israele”, aggiungendo di aver sentito quella connessione “a ogni livello”. Ha ringraziato il pubblico, ha detto “Grazie Europa, ti amo”, ha parlato dell’orgoglio e del sostegno ricevuto.
Ma proprio questa rivendicazione identitaria apre un interrogativo inevitabile: come si può oggi proclamare con orgoglio di rappresentare Israele senza specificare di prendere le distanze dall’apartheid denunciato da organizzazioni come Amnesty International o Human Rights Watch, senza distinguersi dalle politiche criminali del governo israeliano, senza nemmeno accennare al genocidio a Gaza, alle migliaia di civili uccisi, ai bambini sepolti sotto le macerie, alla fame utilizzata come arma di guerra?
Il problema non è pretendere che un cantante diventi un diplomatico o un esperto di diritto internazionale. Il problema è un altro: quando si sceglie di trasformare la propria esibizione in una rappresentazione orgogliosa dello Stato che si porta sul palco, allora non ci si può rifugiare nella neutralità soltanto quando arrivano le contestazioni.
Se si canta “per Israele”, bisogna accettare che il pubblico associ inevitabilmente quella bandiera non soltanto alla musica, ma anche all’occupazione, ai bombardamenti, ai coloni armati in Cisgiordania, ai ministri estremisti del governo Netanyahu, alle distruzioni di Gaza e alle accuse sempre più pesanti provenienti da organismi internazionali.
Ed è qui che l’Eurovision smette definitivamente di essere soltanto musica. Perché la manifestazione europea funziona ormai come una gigantesca operazione di normalizzazione simbolica. Uno Stato al centro di accuse internazionali continua a sfilare sul palco dell’intrattenimento globale, presentandosi come una democrazia sotto attacco, giovane, creativa, moderna, vittima di ostilità ideologiche. Tutto viene ripulito dentro l’estetica del pop: le guerre spariscono dietro le luci LED, le macerie dietro le coreografie, i morti dietro gli applausi.
Che questo meccanismo esista lo dimostra il fatto che diversi Paesi abbiano tentato di escludere Israele dalla competizione. Spagna, Slovenia, Islanda, Irlanda e Paesi Bassi hanno contestato apertamente la presenza israeliana, fino a ritirarsi dallamanifestazione per protesta dopo il fallimento del tentativo di esclusione. Un boicottaggio senza precedenti nella storia recente dell’Eurovision, liquidato però da gran parte del mainstream europeo quasi come un incidente di percorso.
Eppure la domanda resta, enorme, impossibile da cancellare con una canzone o una scenografia a forma di diamante: perché per la Russia le sanzioni culturali sono diventate immediate e automatiche, mentre per Israele si continua a invocare la neutralità dell’arte? Perché alcune guerre rendono tossica qualsiasi rappresentazione nazionale, mentre altre vengono sterilizzate dentro il linguaggio dell’intrattenimento?
A Vienna, tra le finte bare dei bambini uccisi a Gaza mostrate dai manifestanti e i cori “Nessun palcoscenico per il genocidio”, si è vista tutta la contraddizione morale dell’Europa contemporanea. Da una parte l’indignazione pubblica a parole sul rispetto dei diritti umani; dall’altra l’incapacità concreta di interrompere relazioni culturali, commerciali e simboliche con uno Stato accusato di violazioni sistematiche del diritto internazionale.
L’Eurovision probabilmente continuerà a raccontarsi come un festival “apolitico”. Ma ormai è una finzione che regge sempre meno. Perché quando la realtà entra nella diretta televisiva sotto forma di fischi, proteste e accuse di genocidio, il problema non sono più i manifestanti. Il problema è chi continua a fare finta di non vedere.