Quindici minuti di intervista, quindici minuti senza un vero contraddittorio. Più che un confronto giornalistico, quello tra Giorgia Meloni e Nicola Porro (il tale che quando faceva il servo di Silvio Berlusconi minacciò - ovviamente per "scherzo" - la presidente di Confindustria Marcegaglia, telefonando al suo portavoce. Adesso fa il servo di Meloni) è apparso come una lunga conferenza stampa nella quale la presidente del Consiglio ha potuto riproporre, praticamente senza ostacoli (la classica intervista "in ginocchiere da te"), la narrazione che accompagna da quasi quattro anni l'azione del suo governo: l'Italia va meglio che mai, il mondo segue la linea di Roma, chi critica lo fa per interesse politico e, dietro ogni resistenza, continua ad agire il solito, misterioso "establishment".

È una strategia comunicativa ormai collaudata. I problemi non scompaiono, ma vengono ricollocati in un universo parallelo nel quale ogni difficoltà deriva dai governi precedenti, dall'opposizione, dalla burocrazia, dall'Europa di ieri o da qualche potere che non accetterebbe una destra finalmente arrivata al governo. L'esecutivo, invece, viene rappresentato come l'unico soggetto capace di rimettere ordine nel Paese.

Sul piano internazionale Meloni respinge con decisione qualsiasi accusa di subalternità agli Stati Uniti. Rivendica rapporti "franchi" con Donald Trump e liquida come semplice approssimazione le polemiche sui centinaia di voli militari americani autorizzati dalle basi italiane durante la crisi mediorientale. Secondo la presidente del Consiglio si sarebbe trattato esclusivamente di attività tecniche e logistiche previste dagli accordi internazionali, senza alcun coinvolgimento offensivo dell'Italia. Una spiegazione legittima, naturalmente, ma che nell'intervista viene proposta come verità definitiva, senza che venga posto un solo interrogativo sulle richieste di maggiore trasparenza avanzate nei giorni scorsi, senza neppure render conto del fatto che un'attività logistica a supporto di una guerra illegale equivale ad essere complici di tale guerra!

L'economia è forse il terreno sul quale la distanza tra narrazione politica e realtà quotidiana appare più evidente. Meloni elenca record di occupazione, diminuzione del precariato, aumento del lavoro femminile e rivendica il cosiddetto "salario giusto", contrapponendolo al salario minimo. Il ragionamento politico è lineare: meglio affidarsi alla contrattazione collettiva che fissare una soglia per legge. Peccato che il problema denunciato da milioni di lavoratori non sia il nome dello strumento, ma il contenuto della busta paga. In un Paese dove il potere d'acquisto continua a rappresentare una delle principali emergenze sociali, discutere soltanto di formule legislative rischia di trasformarsi in un elegante esercizio semantico. I salari italiani restano tra i più stagnanti d'Europa e nessuna formula retorica modifica automaticamente quella realtà. Nell'intervista, però, questo nodo semplicemente non esiste.

La stessa impostazione emerge sul piano casa, dove si raggiungono livelli di comicità da avanspettacolo. Meloni promette decine di migliaia di abitazioni a prezzi calmierati, recupero degli alloggi popolari inutilizzati e un grande progetto destinato a cambiare il mercato immobiliare. Il problema è che quasi tutto viene collocato in un orizzonte temporale molto lungo, dieci anni, con un risultato che, per ogni comune italiano, prevede la realizzazione di 1,2 case ogni anno! Questo l'incredibile piano casa annunciato ad inizio legislatura e partorito, come un topolino smunto, a fine legislatura.

Quando si arriva alla riforma elettorale, la presidente del Consiglio propone una lettura tanto semplice quanto politicamente efficace: chi è contrario vuole soltanto continuare con gli "inciuci" e i "giochi di palazzo". È una rappresentazione che funziona benissimo negli slogan, ma assai meno quando si entra nel merito. Una legge elettorale non riguarda soltanto la governabilità; riguarda il pluralismo, la rappresentanza, gli equilibri costituzionali e il rapporto tra maggioranza e opposizione. Liquidare ogni obiezione come difesa del vecchio sistema significa trasformare un dibattito istituzionale complesso in una contrapposizione puramente propagandistica.
Ma la cosa ancor più raccapricciante è che Meloni, nel 2014, denunciava, e giustamente, l'Italicum di Renzi per gli stessi motivi che adesso invece disconosce. Ma chi crede di prendere in giro?

Interessante anche il passaggio dedicato a Roberto Vannacci. Meloni evita accuratamente di trasformarlo in un avversario sul terreno della destra. Preferisce ridimensionarlo, sostenendo che, nei fatti, il suo movimento voti come tutte le opposizioni e lavori esclusivamente contro il governo. È una scelta comunicativa precisa... questa necessità di sminuirlo, addirittura collocando un suo camerata fascista nello schieramento di centrosinistra, lascia intuire che quel consenso venga osservato con molta più attenzione di quanto si voglia ammettere.

Sull'immigrazione torna invece uno degli argomenti più utilizzati dall'esecutivo: il drastico calo degli sbarchi irregolari e il presunto cambio di paradigma europeo ispirato dall'Italia. È una narrazione che enfatizza i risultati, ma sorvola sui limiti strutturali del sistema dei rimpatri, sulle difficoltà operative e sui numerosi dossier ancora aperti. Ancora una volta, la complessità lascia il posto all'efficacia dello slogan.

Il passaggio forse più rivelatore arriva però quando Meloni parla del prossimo Presidente della Repubblica. L'idea che un "establishment" ostacolerebbe l'elezione di un Capo dello Stato non riconducibile al centrosinistra serve soprattutto a rafforzare un messaggio politico coltivato da anni: la destra continua a presentarsi come forza di governo ma, contemporaneamente, come vittima di poteri che non accetterebbero fino in fondo la sua legittimazione istituzionale. È una narrazione politicamente redditizia, perché trasforma qualsiasi ostacolo in una conferma dell'esistenza del nemico. Il rischio, però, è quello di alimentare una visione della vita democratica fondata più sul sospetto permanente che sul confronto tra istituzioni.

L'impressione finale è che la comunicazione del governo Meloni abbia ormai raggiunto una notevole maturità tecnica. Ogni risposta è costruita per diventare un titolo, un reel, un post social. Le frasi sono brevi, facilmente condivisibili, studiate per consolidare il consenso del proprio elettorato. Manca però l'elemento essenziale del giornalismo: il contraddittorio.

Perché una democrazia non vive delle certezze del potere, ma delle domande che il potere è costretto ad affrontare. E quando le seconde domande non esistono, l'intervista non è più tale, ma solo un modo come un altro per promuovere un comizio, dove il racconto prevale sistematicamente sulla verifica dei fatti.

Questo schifo, continuerà ossessivamente nei prossimi mesi fino alle elezioni, sulle televisioni Mediaset dei proprietari del partito Forza Italia, gli eredi Berlusconi, e sui giornali ancor più fogna del senatore leghista Angelucci, il quale ha come ritorno maggiori guadagni nel campo in cui lucra... quello della sanità (vedere come esempio l'emendamento di maggioranza sul salario giusto che esclude la sanità privata dall'adeguamento dei contratti nazionali).