Esteri

Svelò il Covid: appello francese a Pechino su Zhang Zhan

WUHAN - Nel lessico burocratico del potere, esistono parole che non significano più nulla. Come “ordine pubblico”, o “disordini”. Zhang Zhan, 42 anni, avvocata diventata giornalista per necessità, ha ricevuto dalla giustizia cinese la sua seconda condanna: altri quattro anni di carcere. L'accusa? “Aver provocato disordini”. Tradotto dal mandarino istituzionale: aver detto la verità. La Francia — che ha letto questa notizia con la stessa costernazione con cui si ascolta la replica distorta di una tragedia già nota — ha chiesto la sua liberazione immediata. È un gesto diplomatico, sì, ma anche un’eco di umanità in un mondo dove chi racconta rischia più di chi opprime.

 
Zhang Zhan non è una giornalista di professione. Non indossava il gilet press con l’etichetta cucita a grandi lettere. Non partecipava ai salotti editoriali di Pechino. Era, prima di tutto, una cittadina. Di quelle che a un certo punto sentono che restare in silenzio è diventato complicità. Così ha imbracciato la sola arma che le restava — un telefono — e ha documentato l’epidemia di Covid-19 a Wuhan, quando ancora il virus non aveva un nome, ma aveva già un segreto da proteggere.

Le sue cronache, caricate online con voce rotta e immagini sgranate, non hanno svelato nulla che il mondo non avrebbe poi scoperto. Ma l'hanno fatto prima. Hanno tolto l’illusione che tutto fosse sotto controllo. E questo, in certi regimi, è il disordine più grande. Nel 2020 era stata già condannata a quattro anni. Ora, nel 2025, la storia si ripete. Stessa imputazione, stesso copione. Cambia solo il contesto geopolitico: il mondo, in teoria, è più consapevole. Ma anche più assuefatto.

Il ministero degli Esteri francese non ha usato mezze misure: ha parlato di “preoccupazione profonda” per il fatto che ai diplomatici stranieri non è stato permesso assistere all’udienza. E ha chiesto che la Cina ponga fine agli arresti arbitrari dei difensori dei diritti umani. Belle parole. Necessarie. Forse insufficienti.

 
Zhang Zhan è l’ennesima testimone di un'epoca in cui la verità è diventata clandestina. La Cina, oggi al 178esimo posto su 180 nella classifica mondiale della libertà di stampa stilata da Reporters Sans Frontières, ha fatto dell'informazione un affare di Stato, nel senso più pericoloso del termine. L’informazione come minaccia, non come diritto. E dunque da controllare, da imprigionare, da zittire. Ma questa non è soltanto una questione cinese. È un test globale. Perché ogni volta che una voce come quella di Zhang viene spenta, il silenzio si allarga. E ci riguarda tutti.

 
Le condanne, nel linguaggio dei regimi, servono a educare gli altri. Non la condannata. La colpa di Zhang, agli occhi di Pechino, non è solo di aver raccontato Wuhan. È di averlo fatto senza autorizzazione. Di aver rotto la liturgia dell’unanimità. Di aver mostrato che si può — e si deve — testimoniare. Ci sono Paesi in cui la censura è una lama affilata, usata senza esitazioni. E ce ne sono altri in cui è un coltello nascosto nella giacca, tirato fuori solo all’occorrenza. Ma la logica è la stessa: l’informazione libera è un rischio da gestire. E Zhang, nel suo piccolo, è diventata il simbolo involontario di questo rischio.

 
Nel chiedere la sua liberazione, la Francia ha fatto quello che una democrazia dovrebbe fare: alzare la voce quando il potere cerca il buio. Ma il mondo, al netto delle dichiarazioni, è stanco. E i regimi lo sanno. Il rumore dell’indignazione è spesso solo una musica di sottofondo. Eppure, qualcosa resta. La voce di Zhang, anche se incarcerata, ha attraversato la rete. Ha ispirato. Ha lasciato una traccia. E come tutte le verità represse, prima o poi troverà il modo di tornare a galla. Come l’acqua, come la luce. Come la libertà che — a dispetto di tutto — non si lascia cancellare da un processo a porte chiuse.

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