Esteri

Hormuz, l'UE scopre le sanzioni selettive: punito l'Iran che reagisce agli attacchi, ma per Washington e Tel Aviv tutto bene


L'Unione Europea ha finalmente trovato il responsabile della crisi nello Stretto di Hormuz. No, non chi ha bombardato un Paese sovrano dando il via a una nuova escalation militare in Medio Oriente. Nemmeno chi ha contribuito ad aprire un fronte che adesso minaccia direttamente uno dei passaggi marittimi più importanti del pianeta. Secondo Bruxelles, il problema è l'Iran.

Con una decisione annunciata lunedì, l'UE ha imposto nuove sanzioni contro due cittadini iraniani e contro il comando provinciale di Hormozgan della Marina dei Pasdaran, accusati di aver minacciato la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz, il corridoio attraverso cui transita circa il 20% del petrolio mondiale.

Si tratta della prima applicazione concreta del nuovo regime europeo dedicato alla tutela della libertà di navigazione marittima. Un debutto che, almeno sul piano politico, non passa inosservato.

Le nuove sanzioni europee
Nel dettaglio, Bruxelles ha inserito nella lista nera il Comando Provinciale di Hormozgan della Marina delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC Navy), oltre a Mohammad Akbarzadeh, vice comandante per gli Affari Politici della Marina dei Pasdaran, e Hamid Hosseini, rappresentante dell'Unione degli esportatori iraniani di petrolio, gas e prodotti petrolchimici.

Secondo la Commissione europea e gli Stati membri, queste figure avrebbero avuto un ruolo nelle attività che hanno limitato o minacciato il traffico commerciale attraverso Hormuz dopo la decisione di Teheran di chiudere il passaggio marittimo.

La responsabile della politica estera europea, Kaja Kallas, ha spiegato che le azioni iraniane sono "inaccettabili" e che l'Unione è pronta a utilizzare nuovamente questo strumento sanzionatorio ogni volta che lo riterrà necessario.

Una posizione netta, almeno verso una delle parti coinvolte.

La domanda che a Bruxelles preferiscono evitare
C'è però un dettaglio che rischia di disturbare la narrazione ufficiale.

La chiusura dello Stretto di Hormuz non è avvenuta nel vuoto pneumatico. L'Iran ha adottato quella misura dopo l'inizio delle operazioni militari condotte da Stati Uniti e Israele contro obiettivi iraniani il 28 febbraio.

In altre parole, la crisi della navigazione è una conseguenza diretta di un conflitto già in corso. Ma nella lettura europea sembra che la storia inizi improvvisamente a metà film.

L'impressione è quella di un vigile urbano che arriva dopo una gigantesca rissa, ignora chi ha lanciato il primo pugno e multa esclusivamente chi sta ancora urlando.

L'UE, infatti, ha scelto di colpire esclusivamente la risposta iraniana senza aprire alcuna riflessione sulle responsabilità dell'escalation iniziale. Nessuna sanzione, nessuna misura restrittiva, nessuna procedura straordinaria contro Washington o Tel Aviv. Nemmeno una discussione formale.

Eppure, se il principio invocato è quello della tutela della sicurezza internazionale e della libertà di commercio, qualcuno potrebbe chiedersi perché esso venga applicato soltanto alle conseguenze e mai alle cause.

La reazione di Teheran
Da Teheran la risposta non si è fatta attendere. Il vice ministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi ha definito la decisione europea una mossa "politica e ipocrita", sostenendo che l'Iran non attribuisce alcun valore a queste misure.

Secondo il diplomatico, la Repubblica Islamica continuerà a perseguire la propria strategia di difesa della sovranità nazionale sullo Stretto di Hormuz, considerato da Teheran un'area di importanza vitale per la sicurezza del Paese.

Una replica prevedibile, ma che evidenzia il crescente deterioramento dei rapporti tra Iran e Unione Europea.

La geopolitica a senso unico
La vicenda ripropone una questione che accompagna da anni la politica estera europea: la percezione di una doppia morale diplomatica.

Quando Mosca invade l'Ucraina, Bruxelles reagisce con pacchetti di sanzioni senza precedenti. Quando altri alleati occidentali intraprendono azioni militari contro Paesi terzi, il linguaggio diventa improvvisamente più prudente, più sfumato, più sfuggente.

Naturalmente ogni crisi internazionale ha caratteristiche differenti. Ma il problema nasce quando i principi sembrano cambiare a seconda della bandiera che sventola sulla nave da guerra o sull'aereo che sgancia le bombe.

In questo contesto, le nuove sanzioni contro l'Iran rischiano di essere percepite non come una misura di difesa della libertà di navigazione, ma come l'ennesimo esempio di una politica estera europea che continua a distinguere tra attori "sanzionabili" e attori "intoccabili".

L'Europa e il ruolo dell'arbitro partigiano
Bruxelles sostiene di voler garantire stabilità e sicurezza nelle rotte commerciali internazionali. Un obiettivo legittimo e condivisibile.

Tuttavia, per essere credibile come arbitro internazionale, l'Unione dovrebbe dimostrare la stessa severità verso chi contribuisce a generare le crisi e verso chi reagisce ad esse.

Altrimenti il rischio è che il nuovo regime europeo per la libertà di navigazione venga ricordato non come uno strumento di equilibrio, ma come l'ennesima conferma di una diplomazia che distribuisce cartellini rossi con notevole rapidità, purché il destinatario non sieda dalla parte giusta del tavolo.

E così, mentre il Medio Oriente continua a bruciare e il commercio mondiale resta appeso alle sorti di Hormuz, Bruxelles celebra il suo debutto sanzionatorio. Con una certa soddisfazione.

Peccato soltanto che molti osservatori continuino a chiedersi perché, nella lunga catena degli eventi che ha portato alla crisi, l'Europa abbia deciso di guardare soltanto l'ultimo anello.

Autore Carlo Airoldi
Categoria Esteri
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