Energia cara e soluzioni inutili: questa la ricetta del governo Meloni sulla crisi energetica
Sul caro-carburanti il governo di Giorgia Meloni continua a offrire una risposta che, più che risolvere il problema, rischia di aggravarlo. Intervenendo ieri in Parlamento, la presidente del Consiglio ha ribadito una linea che lascia famiglie e imprese esposte agli aumenti: niente blocco immediato dei prezzi, solo “monitoraggio”. In altre parole, si osserva mentre il costo dei carburanti sale.
La giustificazione implicita è l'attesa che prima o poi si concluda la guerra che vede protagonisti gli Stati Uniti guidati da Donald Trump e gli alleati israeliani contro l'Iran. Fino ad allora, secondo Palazzo Chigi, bisognerà convivere con prezzi instabili e con la promessa di un generico contrasto alla speculazione. Ma senza indicare quali multinazionali abbiano alzato i prezzi e, soprattutto, senza chiarire se e come verrà usata la leva fiscale per colpire gli extra-profitti.
Il punto politicamente più rilevante dell'intervento di Meloni riguarda però l'attacco a uno dei pilastri del Green Deal europeo: il sistema Ets, il mercato delle quote di emissione che impone un costo all'inquinamento per ridurre le emissioni di CO₂.
Secondo la premier, l'Ets gonfierebbe artificialmente il prezzo dell'elettricità fino a 30 euro per megawattora – circa un quarto del costo totale – e finirebbe per scoraggiare l'elettrificazione. Da qui l'idea di sospendere o addirittura liquidare il meccanismo, presentata come una soluzione strutturale al caro-energia e come un modo per rilanciare la competitività.
Tradotto: togliere un freno all'inquinamento per restituire margini di profitto a settori industriali che oggi pagano il costo della transizione energetica.
Questa linea è già entrata nel “decreto bollette” da 5 miliardi approvato il 18 febbraio, un provvedimento modesto che il governo ha congelato alla Camera mentre prova a usarlo come leva negoziale in vista del Consiglio europeo del 19-20 marzo. Una scommessa rischiosa: Bruxelles potrebbe bocciarlo come aiuto di Stato distorsivo della concorrenza. E soprattutto l'Ets non può essere cambiato unilateralmente da un singolo governo.
In Parlamento, l'economista del Partito democratico Antonio Misiani ha fatto notare un punto semplice: i soldi per intervenire davvero esistono già. Lo Stato incassa circa 4 miliardi proprio dalle aste delle quote Ets. A questi si potrebbero aggiungere 2,5 miliardi dai dividendi delle società partecipate e dalla fiscalizzazione degli oneri generali in bolletta.
In totale, circa 10 miliardi. Il doppio di quanto stanziato dal governo. Risorse che potrebbero costituire una base seria per affrontare l'emergenza energetica. Il problema non è la mancanza di fondi, ma la scelta politica di non usarli.
La crociata delle destre contro l'Ets è prima di tutto ideologica. Si combatte fianco a fianco con le lobby del fossile e con settori industriali energivori – acciaio, manifattura pesante, carta, ceramica – schiacciati da un sistema energetico italiano ancora fortemente dipendente dal gas e da prezzi all'ingrosso più alti della media europea.
Politicamente, però, Meloni non ha una posizione facile. Alcuni appoggi arrivano dal gruppo informale dei “Friends of Industry”, dove siedono anche Germania, Francia e Polonia. Ma questi paesi parlano di riformare l'Ets, non di abolirlo.
Nel dibattito europeo la linea italiana è minoritaria. La vicepresidente della Commissione europea Teresa Ribera ha definito la sospensione del sistema “un errore strategico”. E governi come quelli di Svezia, Danimarca, Finlandia, Lussemburgo, Paesi Bassi e Spagna vedono l'Ets non come il problema, ma come parte della soluzione.
Anche la presidente della Commissione Ursula von der Leyen mantiene una posizione netta: il sistema non va smantellato. Senza di esso, ha ricordato al Parlamento europeo, l'Europa consumerebbe oggi 100 miliardi di metri cubi di gas in più. Semmai, ha aggiunto, potrà essere modernizzato nella revisione prevista nella seconda metà dell'anno.
La partita che si sta giocando è uno scontro tra due blocchi economici: da un lato il capitalismo fossile, dall'altro quello legato alla transizione energetica. Da quando l'Ets è entrato in vigore, questa tensione attraversa tutta la politica europea.
In Italia la destra ha scelto da che parte stare. Alla Lega, per esempio, si è arrivati a sostenere che il caro-energia non dipende dalla guerra o dalla speculazione finanziaria, ma proprio dalle politiche verdi.
Una tesi contestata dall'opposizione. In una mozione parlamentare di Alleanza Verdi e Sinistra si sostiene che smontare l'Ets penalizzerebbe le rinnovabili e finirebbe per rafforzare i produttori di gas liquido, molti dei quali vicini agli ambienti politici statunitensi legati a Trump.
Se la crisi con l'Iran dovesse aggravarsi, il rischio è evidente: meno gas da altre aree e più importazioni di Gnl dagli Stati Uniti. Un risultato che renderebbe l'Italia ancora più dipendente dalle fonti fossili, mentre il governo continua a raccontare che la soluzione ai prezzi alti è rallentare la transizione energetica.
In sostanza, mentre famiglie e imprese aspettano misure concrete contro il caro-energia, Palazzo Chigi preferisce combattere una battaglia ideologica. E il conto, come sempre, lo pagano i cittadini.