Politica

Gli uomini della provvidenza e la democrazia svuotata: trent'anni di populismo da Berlusconi a Vannacci

Leader salvifici, parlamentari nominati, decreti diventati regola e informazione sempre più concentrata sulle figure dei capi: la lunga trasformazione della politica italiana in una democrazia del tifo.


C'è una costante che attraversa ormai oltre trent'anni di storia politica italiana. Cambiano i colori, cambiano gli slogan, cambiano perfino i nemici indicati al popolo. Ma il copione resta sempre lo stesso: arriva l'uomo della provvidenza, promette di rifare l'Italia da cima a fondo, denuncia le vecchie élite, si presenta come interprete unico della volontà popolare e assicura che, finalmente, tutto cambierà.

Poi, immancabilmente, non cambia quasi nulla. Tranne una cosa: il potere del leader aumenta, mentre quello delle istituzioni democratiche diminuisce.

Il primo a intuire la straordinaria forza di questo meccanismo fu Silvio Berlusconi. Nel 1994 si presentò come l'imprenditore di successo chiamato a salvare una politica screditata da Tangentopoli. L'Italia sarebbe diventata un Paese moderno, efficiente, dinamico. Lo Stato sarebbe stato rivoluzionato. Le tasse sarebbero diminuite. La burocrazia sarebbe stata abbattuta.

A distanza di anni, il vero cambiamento non fu quello promesso agli italiani. Fu la trasformazione della politica in una gigantesca arena mediatica centrata sulla figura del capo. Non più partiti, sezioni, dibattiti, organismi intermedi. Al centro c'era lui. Sempre lui.

Da allora il modello è stato replicato infinite volte.

Matteo Renzi prometteva la "rottamazione" della vecchia politica. Beppe Grillo annunciava la fine della casta e l'avvento della democrazia diretta. Matteo Salvini si presentava come il difensore del popolo contro Bruxelles, i migranti e le élite globaliste. Giorgia Meloni ha costruito il proprio successo sulla promessa di rappresentare gli italiani dimenticati da tutti gli altri. Oggi Roberto Vannacci tenta di inserirsi nello stesso filone, proponendosi come interprete di un'identità nazionale che, a suo dire, sarebbe stata tradita da decenni di governi.

Ogni volta la narrazione è identica.
Esiste un popolo puro.
Esistono nemici che lo opprimono.
Esiste un leader che vede ciò che gli altri non vedono.
Ed esiste una rinascita nazionale pronta a realizzarsi, purché si affidi abbastanza potere a quel leader.

È una favola politicamente irresistibile. E proprio per questo estremamente pericolosa.

Perché il populista, di destra o di sinistra, vive di una semplificazione brutale della realtà. I problemi complessi vengono ridotti a slogan. Le mediazioni diventano tradimenti. Le competenze vengono derise come tecnocrazia. Le istituzioni di controllo vengono descritte come ostacoli.

E soprattutto il leader finisce per coincidere con la nazione stessa.
Chi critica il capo viene accusato di criticare il popolo.
Chi contesta le sue scelte diventa automaticamente un nemico.
Chi solleva dubbi viene dipinto come parte del sistema.

Il risultato è che la politica smette di essere confronto e diventa tifo.

Ma il danno più profondo si è consumato altrove: nel progressivo svuotamento del Parlamento.

Negli ultimi decenni, governi di ogni colore hanno trasformato l'eccezione in regola. I decreti-legge, nati come strumenti straordinari per affrontare emergenze reali e immediate, sono diventati il metodo ordinario di produzione legislativa.

Una volta il decreto era (e ancora oggi dovrebbe esserlo se il capo dello Stato ne avesse memoria) un rimedio d'urgenza.
Oggi, invece, è quasi sempre il percorso normale di una legge ordinaria.

Il governo scrive.
Il Parlamento ratifica.
I parlamentari votano.
Fine della discussione.

E guai a ribellarsi.

Perché le leggi elettorali costruite negli ultimi vent'anni hanno progressivamente trasformato deputati e senatori in nominati dai vertici di partito più che rappresentanti dei cittadini.

Chi decide le candidature decide le carriere.
Chi decide i collegi sicuri decide il futuro politico degli eletti.

E così il parlamentare non deve più convincere gli elettori del proprio territorio. Deve soprattutto convincere il capo a ricandidarlo.

Il rapporto di fedeltà si sposta... von verso i cittadini... verso il leader di partito.

Nasce così una figura politica inquietante: il parlamentare-servo. Non necessariamente incompetente. Non necessariamente disonesto. Ma sostanzialmente privo di autonomia.

Una figura che alza la mano quando richiesto, abbassa la testa quando necessario e vota ciò che gli viene ordinato di votare.

Tutto questo avviene sotto gli occhi di un'informazione che oramai sembra aver rinunciato alla propria funzione critica.

Anziché interrogarsi sulla qualità della democrazia, sul ruolo del Parlamento, sull'abuso della decretazione, sulla selezione della classe dirigente, gran parte del dibattito pubblico si riduce a una cronaca permanente delle ambizioni personali dei leader.

Chi guiderà la coalizione?
Chi sarà il candidato?
Chi salirà nei sondaggi?
Chi conquisterà il centro?

Come se la politica fosse diventata una competizione tra personalità televisive.

Eppure la questione fondamentale dovrebbe essere un'altra.

Non chi comanda.
Ma come viene esercitato il potere.
Non quale leader vincerà.
Ma quale spazio resta alle istituzioni democratiche.
Non quale uomo o donna della provvidenza si presenterà domani.

Ma perché continuiamo ad aspettare, ciclicamente, l'arrivo di un nuovo salvatore?

Forse perché è più rassicurante credere alle scorciatoie che affrontare la complessità.
Forse perché il mito dell'uomo forte è più semplice della fatica della democrazia.
Oppure perché una parte del sistema politico, mediatico ed economico ha scoperto che il leaderismo permanente è estremamente redditizio.

Per tutti, tranne che per i cittadini.

I quali, a ogni nuova stagione populista, si ritrovano puntualmente davanti allo stesso spettacolo: il salvatore che promette il paradiso, concentra il consenso su di sé, denuncia tutti gli altri come incapaci e infine si rivela per ciò che quasi sempre è stato fin dall'inizio.

Non il redentore della patria.

Ma l'ennesimo protagonista di una storia che mette al centro il proprio interesse molto più del bene comune.

Autore Piero Rizzo
Categoria Politica
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