L’Italia apre le porte agli infermieri indiani per fronteggiare una delle emergenze più profonde del Servizio sanitario nazionale: la carenza cronica di personale. È uno dei passaggi più significativi contenuti nella dichiarazione congiunta firmata a Roma dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e dal primo ministro indiano Narendra Modi durante la visita ufficiale del leader di Nuova Delhi del 19 e 20 maggio 2026.
L’intesa eleva formalmente i rapporti tra i due Paesi al livello di “Special Strategic Partnership”, un salto politico e diplomatico che rafforza la cooperazione economica, industriale, tecnologica e scientifica tra Roma e Nuova Delhi. Ma tra i capitoli della dichiarazione, quello destinato ad avere un impatto più immediato sulla vita quotidiana degli ospedali italiani riguarda proprio la sanità e, in particolare, il reclutamento di infermieri provenienti dall’India.
Nel testo dell’accordo, all’articolo 23, Italia e India si impegnano infatti a “migliorare la mobilità di studenti, ricercatori e lavoratori qualificati, in particolare nei settori Stem”. Ma il punto centrale è il successivo riferimento a una “specifica dichiarazione congiunta di intenti sulla facilitazione della mobilità degli infermieri dall’India all’Italia”.
Si tratta di un passaggio politico preciso, che mette nero su bianco la volontà dei due governi di creare un canale strutturato e regolamentato per l’arrivo di personale infermieristico indiano nel sistema sanitario italiano.
Per il Servizio sanitario nazionale la questione è ormai diventata strutturale. La carenza di infermieri dura da anni, ma negli ultimi tempi ha assunto dimensioni sempre più difficili da gestire. Pensionamenti, fuga verso il settore privato, stipendi bassi, carichi di lavoro elevati e scarsa attrattività della professione hanno progressivamente svuotato reparti ospedalieri, pronto soccorso e servizi territoriali.
I numeri confermano la gravità della situazione. Secondo i dati Ocse relativi al 2023, in Italia ci sono appena 6,9 infermieri ogni mille abitanti, oltre il 20 per cento in meno rispetto alla media europea, che si attesta a 8,4. Ancora più critico il rapporto tra infermieri e medici: in Italia è fermo a 1,3, uno dei valori più bassi dell’Unione europea. In pratica, per ogni medico lavora poco più di un infermiere, mentre negli altri sistemi sanitari europei il numero è sensibilmente più alto e consente una migliore organizzazione dell’assistenza.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: turni sempre più pesanti, reparti sotto organico, liste d’attesa che si allungano e crescente difficoltà nel garantire continuità assistenziale, soprattutto nelle aree più fragili del Paese.
L’accordo con l’India nasce proprio per tentare di tamponare questa emergenza. Non si tratta di una decisione improvvisata. Già nell’ottobre 2024 il ministro della Salute Orazio Schillaci aveva delineato con chiarezza la strategia del governo. In un’intervista a Repubblica spiegò che l’India rappresentava uno dei principali bacini internazionali da cui reperire personale sanitario qualificato.
“In India ci sono ben 3,3 milioni di infermieri, tantissimi. Vogliamo portarne qua, intanto, circa 10mila”, dichiarò il ministro. Schillaci spiegò inoltre che il reclutamento sarebbe stato gestito direttamente dalle Regioni, con il supporto del governo per la verifica linguistica e amministrativa dei professionisti interessati a lavorare in Italia.
Il ministro sottolineò anche come la formazione sanitaria indiana venga considerata adeguata agli standard richiesti. “Sulla formazione professionale non ci sono problemi, in India è buona”, disse allora. Ma allo stesso tempo ammise che il ricorso a professionisti stranieri non può essere l’unica soluzione a un problema ormai cronico. “Da noi mancano 30mila infermieri e siamo tra gli Stati che li pagano peggio. Vanno rivalutati gli stipendi e date nuove mansioni”.
Ed è proprio questo uno dei punti più delicati del dibattito che si apre ora in Italia. Da una parte, le aziende sanitarie vedono nell’accordo con l’India una possibile valvola di sfogo per reparti sempre più in affanno. Dall’altra, sindacati e ordini professionali continuano a chiedere interventi strutturali sul lavoro infermieristico italiano: salari più alti, migliori condizioni contrattuali, percorsi di carriera più attrattivi e riduzione del precariato.
L’arrivo di personale dall’estero potrebbe infatti alleggerire temporaneamente la pressione sugli ospedali, ma non eliminare le cause profonde della crisi. Molti infermieri italiani continuano infatti a lasciare il Servizio sanitario nazionale per trasferirsi nel privato oppure all’estero, dove stipendi e condizioni di lavoro risultano spesso più favorevoli.
La cooperazione con l’India, comunque, non si limiterà soltanto alla mobilità del personale sanitario. La dichiarazione firmata a Roma prevede un rafforzamento della collaborazione anche in settori industriali strategici legati alla salute. L’articolo 4 del documento incoraggia infatti investimenti comuni nei prodotti farmaceutici, nelle tecnologie mediche e nella ricerca scientifica.
Un aspetto particolarmente rilevante considerando il ruolo crescente dell’India nel mercato globale del farmaco. Il Paese asiatico è già uno dei maggiori produttori mondiali di medicinali generici e principi attivi, oltre a essere un hub internazionale per la ricerca biomedicale e la produzione farmaceutica.
Per l’Italia, quindi, l’accordo non rappresenta soltanto una risposta immediata alla carenza di infermieri, ma anche un tassello di una strategia più ampia che punta a rafforzare i rapporti economici e scientifici con una delle grandi potenze emergenti mondiali.
Resta ora da capire come l’intesa verrà tradotta operativamente. I nodi da affrontare non sono pochi: riconoscimento dei titoli professionali, formazione linguistica, integrazione nei reparti, standard contrattuali e distribuzione territoriale del personale. Temi che saranno decisivi per evitare che il reclutamento internazionale si trasformi in una soluzione solo parziale o emergenziale.
Nel frattempo, però, il messaggio politico è chiaro: il governo italiano considera il personale sanitario straniero una leva sempre più importante per garantire la tenuta futura del Servizio sanitario nazionale. E l’India, con il suo enorme bacino di professionisti qualificati, si candida a diventare uno dei partner principali di questa strategia.


