Sembrava che questa volta, con la destra al governo, dovesse andare diversamente. Sembrava la volta buona, quella in cui Meloni & Soci avrebbero finalmente mantenuto le promesse fatte ai loro elettori: varare una riforma previdenziale dai contenuti più umani rispetto alle tanto contestate leggi Dini e Fornero.

Per mesi, il centrodestra aveva assicurato una riforma “più equa”, un superamento graduale della legge Fornero e un sistema capace di restituire flessibilità a chi, dopo una vita di lavoro, chiede soltanto di potersi fermare con dignità e godersi ancora qualche anno di vita in buona salute.

E invece, il risveglio è amaro. L’età pensionabile salirà a 67 anni e 3 mesi e, per molti italiani, il traguardo del meritato riposo si allontana ulteriormente, fino a sfiorare i 70 anni... a pochi anni ancora dal riposo eterno!

La promessa di “pensioni più umane” si è dissolta davanti alle solite politiche di austerità, imposte, come sempre, ai soliti noti: lavoratori dipendenti e pensionati. L’aumento dell’aspettativa di vita, il peso del debito, la denatalità e le regole europee diventano l'alibi anche di questo governo. E così, chi oggi ha 60 anni deve rassegnarsi all’idea di restare al lavoro ben oltre i 65 previsti dal proprio contratto: due anni e tre mesi in più di fatica, due anni e tre mesi in meno di vita.

Alla faccia dei diritti acquisiti!

Ma la delusione più grande riguarda l’assegno. Non solo ti chiedono di lavorare più a lungo, ma ti danno anche meno soldi.

Insomma, cornuti e mazziati!

Il sistema contributivo, ormai a pieno regime e sorretto da stipendi spesso da fame, non consente di versare contributi sufficienti a garantire una pensione dignitosa. Il risultato è che molti lavoratori riceveranno centinaia di euro in meno rispetto a quanto avrebbe assicurato il vecchio sistema retributivo.

Due persone con carriere simili, ma nate in decenni diversi, si troveranno con differenze anche del 30-40% sull’importo mensile. È la fotografia di un Paese che, pur cambiando le regole, non è riuscito a costruire una vera equità tra le generazioni.

E così, torna la Fornero. Torna la disillusione di una generazione che scopre di dover lavorare più a lungo per ricevere meno. Forse non è solo una questione di conti: è il sintomo di una sfiducia collettiva, di un Paese che non riesce più a immaginare un futuro in cui lavoro e pensione trovino finalmente un giusto equilibrio.